Svuotare per riempire

Recentemente ho avuto l’inestimabile opportunità di partecipare ad un corso di formazione tenuto dalla brillante Irene Auletta.[1] Tra i numerosi contenuti esposti con trasparenza e dibattuti con veemenza, ce n’è uno in particolare al quale mi piacerebbe dare nel mio piccolo un’ulteriore risonanza.

La riflessione riguarda quelle situazioni in cui si ha a che fare con le persone in chiave educativa (e spesso si incontra l’altro in questa dimensione, qualora la si intenda in senso lato. Tutti e ciascuno siamo chiamati a crescere, ad aggiornarci e/o ad adattarci e riadattarci continuamente. Nella relazione con l’alterità potenzialmente c’è sempre molto di educativo). Ora, seguendo la logica format(t)iva e quindi l’invito a mettere in discussione le proprie forme o schemi di pensiero ed azione, è indubbio che in prima battuta si entra in contatto con le resistenze dell’altro. Resistenze dettate dall’esigenza di difendere il proprio modo di fare, di pensare, di essere. Spesso ci si stupisce di queste forze più o meno repulsive, di questo trincerarsi dell’altro, e talvolta si prova un vero e proprio fastidio. La prima idea della Dott.ssa Auletta è che non dovremmo rimanere tanto sbigottiti o seccati dall’incontro/scontro con tali resistenze. Infatti sono del tutto naturali (“perché dovrei cambiare?”, “ma chi è questo per invitarmi al cambiamento?”, “che ne sa questo della mia vita?”, ecc…). Le resistenze al cambiamento sono quanto di più naturale possa esserci. Gli equilibri personali sono difficilissimi da ottenere e consolidare; non vi si può certo rinunciare a cuor leggero. Piuttosto sarebbe strano il contrario, se le resistenze non vi fossero! L’invito è dunque a misurarci con ciò che respinge il cambiamento, perché il modo in cui lo si respinge, le emozioni che si generano in questo incontro/scontro, gli schemi di pensiero e i valori che emergono nella collisione sono alquanto eloquenti per iniziare a conoscere e quindi a comprendere la personalità dell’altro. Lasciare pertanto emergere le resistenze e osservarle con attenzione, per poi procedere ad un dialogo più autentico e fruttuoso.

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Una volta che si sia ben manifestato l’ostacolo, ecco il momento giusto per valutare energia, tempi e spazi necessari per oltrepassarlo. Come già detto – ma ribadiamolo – è fondamentale non perdere mai di vista l’ostacolo-resistenza, se lo si desidera saltare con successo. L’apprendimento di qualcosa è sempre un cambiamento. E qualsiasi persona apprende quando supera le resistenze, piccole o grandi che siano. Le resistenze sono fondamentali per apprendere e cambiare, perché è proprio oltrepassando le prime che si verifica il processo di formazione. Tuttavia, una volta riconosciute le resistenze, per superarle con successo è necessario non solo scavalcarle ma proprio svuotarle del significato che per noi avevano in precedenza, per consentire loro di rivestirsi di un nuovo senso. Il procedimento dello svuotare è altrettanto arduo ma vitale da attivare quanto quello di riconoscere le resistenze. Una breve storiella zen può aiutarci a rimembrare l’importanza e l’esigenza di fare spazio quotidianamente al nuovo attraverso il vuoto, che in fondo è un atto talmente ricorrente in qualsiasi momento della giornata, persino se si vuol bere una tazzina di buon tè.

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n’entra più!». «Come questa tazza» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».[2]

[1] Irene Auletta è una consulente pedagogica che offre illuminanti stimoli attraverso i suoi post nel blog Cronachepedagogiche.

[2] 101 Storie Zen, N. Senzaki e P. Reps (a cura di), Adelphi, Milano 2011, p. 13.

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