Chiedi a quella pianta là!

Stavamo frequentando un corso di “Sociologia della cultura”. I contenuti ruotavano attorno alla celebre analisi della “società liquida” operata da Zygmunt Bauman.[1] Era richiesta una tesina per l’esame. Un compagno mi contagiò con un’idea avventurosa, un’idea che gli aveva assediato la mente. Sai, i giovani spiriti. Bauman riteneva che tutti i valori caratteristici della cultura della società consumistica contemporanea fossero inficiati da una precarietà di fondo rispetto a quelli che contraddistinguevano le età precedenti. Per esempio un ideale: un tempo poteva maturare e germogliare nell’ideologia di un secolo, mentre ora perdurerebbe al più il tempo di una convenienza. O ancora il matrimonio: un tempo era un legame contratto “finché morte non ci separi”, mentre ora una sorta di vincolo “finché dura”. Oppure una religione: tra i nostri avi un credo nel quale riporre l’intera vita e l’oltre-vita, mentre oggi una verità da uso e consumo nella domenica o comunque secondo il vento dei propri bisogni. E via dicendo. Così nacque come una provocazione l’idea avventurosa: in una società non consumistica, ma che si ispiri – o tenti di ispirarsi – ai valori del passato, la cultura davvero non si baserebbe su principi e costumi tanto effimeri, a causa dell’incontrastabile dinamicità trasformativa sociale? Tale cultura sarebbe davvero tanto solida da sopravvivere allo scorrere corrosivo del tempo?

L’idea avventurosa era quella di andare per un paio di giornate in un “eco-villaggio”, teoricamente un luogo ispirato a valori culturali tradizionali di una società agricola, tipo l’auto-sostentamento, la condivisione comunitaria dei beni, il radicamento alla natura, ecc….[2] Non commenterò l’esperienza vissuta, ma tra le altre cose, una delle poche risposte ricevute alle numerose nostre domande mi è rimasta da sempre impressa. Io: “Ma avete una fede comune dal punto di vista religioso?” Comunità: “Perché non lo vai a chiedere a quella pianta là?”. Non lo potei fare direttamente davanti a loro. Allontanandomi un attimo, tra degli olivi, scoppiai in un riso incontenibile. Finché non mi resi conto di essere da solo tra una distesa di olivi. Ma non gli detti molto peso all’epoca. Mi limitai a contenere il riso e a tornare un po’ affrettato dal mio compagno e dalla comunità, per poi far ritorno nell’appagante sicurezza di casa mia.

Tree-of-life-

Eppure, da quel giorno, sopravvive indelebile quel ricordo: “chiedi a quella pianta là”. Nella mia ingenuità ho sempre considerata ridicola l’idea di chiedere qualcosa – io essere intelligente – ad una pianta – lei essere vegetale –. Eppure mi ha sempre affascinato l’idea… Ed effettivamente, non avessi una mente tanto rigida, avrei potuto intuire già molto anni fa, che le piante hanno molto da raccontarci. Poiché quest’idea dell’essere vegetale in contrapposizione all’essere senziente o intelligente è decisamente fuorviante. Così parlando recentemente con un amico, mi ha convinto: “Perché dovremmo ancora avere fiducia nell’essere umano? Abbiamo fatto così poco di buono rispetto altre specie… Guarda al regno vegetale. Da quattordici milioni di anni si è sempre adattato al proprio ambiente. E chi è l’homo sapiens coi suoi miseri quarantamila anni di storia per rivendicare una superiorità di adattamento sulla natura? Chi è l’homo sapiens per sostenere che è l’essere più forte, quando la sua fragilità è intimamente connessa ad ogni parte del proprio corpo mentre per eliminare una pianta qualsiasi occorre eliminare più dell’80% del suo corpo?”.

Affascinante, no?! Ci sarebbe ancora tanto altro da dire a proposito della neonata neurobiologia delle piante.[3] Molto, molto altro. A titolo emblematico si vedano i due concetti di movimento e di comunicazione. Il movimento nel mondo animale è indissolubilmente legato ai veloci spostamenti spaziali, possibili grazie agli impulsi elettrici dell’encefalo, che così manovra il nostro corpo. Nel mondo vegetale non c’è qualcosa di simile all’encefalo e, di primo acchito, sembrerebbe quindi che qualcosa come il movimento sia impossibile. Eppure ciascuna pianta si muove, per esempio nel corso del proprio sviluppo, oppure verso una fonte di energia, o ancora per riparare la parte di una foglia che un bruco ha trasformato in appetitosa cena. Sono movimenti minimamente percettibili nello spazio da parte nostra. Ma sono movimenti! La concezione di comunicazione nel mondo animale non può prescindere da canali espressivi, non-verbali o fonici essi siano. Nel regno vegetale una pianta va ben oltre tali canali: sfrutta ad esempio la dimensione olfattiva e piega al suo servizio anche membri di altri regni biologici (per la trasmissione del polline, i fiori si avvalgono delle api come operaie).

Pertanto è opportuno sforzarsi di essere sempre acuti, per non rimanere prigionieri delle proprie idee, che non ci farebbero vedere il movimento se non dove c’è spostamento o una forma di comunicazione se non dove c’è suono.[4] Ma più che mai è davvero fondamentale conoscere queste prospettive per riconoscere l’importanza di ogni singola particella di verde, con cui ci ritroviamo incessantemente a condividere i nostri spazi di vita. Se camminiamo nel bel mezzo di una distesa di olivi, dobbiamo far attenzione perché non siamo affatto soli: tanti organismi sono lì che ci accompagnano. E probabilmente ci sentono, anche se noi delle volte fatichiamo a sentire loro, a causa della nostra mente preconcetta da homo sapiens. Dovremmo ricordarci più spesso di chiedere qualcosa a quella pianta là…

[1] Cfr. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002.

[2] Vd. la pagina sul Popolo degli Elfi tra i vari ecovillaggi 

[3] Vd. la presentazione della neurobiologia delle piante da parte di Stefano Mancuso, uno dei padri fondatori della disciplina

[4] Dopo l’annuncio del messaggio che il popolo già conosce ma che non è ancora pronto a riconoscere (come quello della morte di Dio), Zarathustra «guardò di nuovo il popolo e tacque: “Eccoli”, disse egli al proprio cuore “eccoli che ridono: non mi capiscono, io non sono la bocca che fa per questi orecchi. Bisogna rompere loro gli orecchi, perché imparino ad ascoltare con gli occhi? […]”» (vd. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 1976).

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2 pensieri riguardo “Chiedi a quella pianta là!

  1. … e niente, uno prova a commentare ma non riesce. Pure il blog mi dice “piantala”!
    Per fortuna era solo una provocazione, una poesia, che immagino avrai già letto.

    Die Worte des Engels (Rilke)

    Du bist nicht näher an Gott als wir;
    wir sind ihm alle weit.
    Aber wunderbar sind dir
    die Hände benedeit.
    So reifen sie bei keiner Frau,
    so schimmernd aus dem Saum:
    ich bin der Tag, ich bin der Tau,
    du aber bist der Baum.

    Ich bin jetzt matt, mein Weg war weit,
    vergieb mir, ich vergaß,
    was Er, der groß in Goldgeschmeid
    wie in der Sonne saß,
    dir künden ließ, du Sinnende,
    (verwirrt hat mich der Raum).
    Sieh: ich bin das Beginnende,
    du aber bist der Baum.

    Ich spannte meine Schwingen aus
    und wurde seltsam weit;
    jetzt überfließt dein kleines Haus
    von meinem großen Kleid.
    Und dennoch bist du so allein
    wie nie und schaust mich kaum;
    das macht: ich bin ein Hauch im Hain,
    du aber bist der Baum.

    Die Engel alle bangen so,
    lassen einander los:
    noch nie war das Verlangen so,
    so ungewiß und groß.
    Vielleicht, daß Etwas bald geschieht,
    das du im Traum begreifst.
    Gegrüßt sei, meine Seele sieht:
    du bist bereit und reifst.
    Du bist ein großes, hohes Tor,
    und aufgehn wirst du bald.
    Du, meines Liedes liebstes Ohr,
    jetzt fühle ich: mein Wort verlor
    sich in dir wie im Wald.

    So kam ich und vollendete
    dir tausendeinen Traum.
    Gott sah mich an; er blendete…

    Du aber bist der Baum.

    1. Ahah, buon Mo’ dall’umorismo sempreverde!

      Grazie per questi meravigliosi versi, da me prima misconosciuti. Non mi capitano spesso sott’occhio poesie; eppure è sempre forte l’esperienza di ritrovare condensate in poche righe e rime un contenuto immenso. Indubbiamente Rilke racchiude in agili passi molto più di quanto abbia espresso io. Che capolavoro la seconda stanza che sorprende la pianta beatamente “meditante” (SINNENDE), mentre l’uomo è aggravato dal senso di “vertigine” (RAUM).

      E comunque a leggere DER BAUM non sono riuscito a trattenere una risata, associandola al fatto che il post si apre di fatto con una qualche costruzione (BAU). Quella intellettuale del nostro vecchio e caro BAUMAN 😛 Che belle le parole, come le piante, germoglianti 😉

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