La lotta del loto

fiore-di-loto

Tv. Notizie. Ubriacatura di negatività. Off.

La verità non è una moneta.[1] La verità non può essere data/ricevuta, posseduta/venduta, assodata/ricercata una volte per tutte. In via conclusiva. Verosimilmente niente è una conquista definitiva, dove appare chiaramente una testa da un canto, mentre al suo rovescio va da sé si trovi una croce. Niente di per sé è una moneta. Neppure la stessa moneta, almeno fintantoché non viene investita di una massiccia dose di astrattismo/idealismo, col quale le viene attribuito un valore di scambio.[2]

Eppure, esemplificando fino all’esagerazione, la realtà può presentarsi sotto le mentite spoglie di una moneta. O, meglio, non tanto la realtà-in-sé-e-per-sé (ciao caro Kant!), quanto il nostro modo di percepirla/subirla. Negativamente o positivamente. (è irresistibile il potere della dicotomia che, pur non esprimendo nulla di fatto a livello ontologico, ha una valenza epistemologica della quale non si riesce a fare a meno) Ecco dunque una moneta con la quale comprarci la nostra fetta quotidiana di realtà. Da una parte testa, il guardare il lato negativo; dall’altro croce, il rovesciare la moneta per scorgerne il lato positivo.

Libro. Giardino. Botta di positività. On.

Il loto indiano (o nelumbo) è una pianta acquatica campione mondiale di tenacia.[3] Cresce impavida negli stagni, privi di acqua corrente, in compagnia della melma e del mefitico lezzo della putrescenza. Eppure se ne infischia di questo lato della realtà che le viene offerto e, per mezzo dei suoi rizomi[4] sotterranei e della proprietà idrofoba delle sue foglie, dà vita ad un fiore roseo, che trasuda un candore inaudito e traspira una fragranza inebriante. Nella simbologia delle antiche tradizioni orientali così il loto acquista un significato magnificente: la purezza. Vale a dire la singolare capacità di mantenersi pulito in un ambiente radicalmente avverso a tale capacità. Una pianta in grado di nutrirsi del rovescio della medaglia a fronte della facciata rappresentata dalle condizioni di vita insidiose per la propria natura. In un’unica parola, il loto sa sfruttare il distacco, grazie al quale mette in scacco l’ambiente negativo e trionfa nella propria lotta per il positivo.

Ho visto un cortometraggio.

Ho saputo apprezzare di più la lotta del loto. Mi sono riservato di farne tesoro. E di ridere, non poco, assieme al vecchio adagio:

Un discepolo Zen chiese al suo maestro: “è giusto usare le e-mail?”. “Sì”, rispose il maestro, “ma senza allegati (attachments)”.

[1] Cfr. il poema illuminista Nathan il saggio (1779) di G.E. Lessing. Si tratta di un inno alla tolleranza religiosa in cui, ad un punto centrale dello sviluppo, il sultano Saladino chiede al saggio mercante Nathan quale tra le tre religioni monoteistiche (musulmana, cristiana ed ebraica) sia quella da considerarsi vera: “Saladino. […] Tu che sei/ così saggio dimmi […]/ qual è la fede, qual è per te la legge/ più conveniente di ogni altra?/ Nathan. Sultano,/ io sono ebreo./ Saladino. E io musulmano./ E fra noi c’è il cristiano. – Ma di queste/ tre religioni una sola può esser vera […]/. Nathan. Cosa vuole il sultano? Ero pronto/ a dargli del denaro, e vuole la verità!/ E la vuole così – così spiccia e sonante –/ come se fosse una moneta”.

[2] Cfr. l’intera opera di Marx. Secondo quest’ultimo, alla base del valore universale di scambio della moneta, si anniderebbe quel astratto processo di astrazione/mistificazione che trasforma gli oggetti, gli individui e il lavoro in qualcosa di “sensibilmente sovrasensibile”, nel feticcio della merce (vd. Il Capitale, Libro I; K. Marx, Antologia. Capitalismo. Istruzioni per l’uso, P. Kammerer e E. Donaggio, Feltrinelli, Milano 2007, pp. 89-98). Sulla base di questo meccanismo, il denaro funge da “prostituta universale, […] mezzano universale degli uomini e dei popoli, […] potere alienato dell’umanità” del quale “il valore di scambio costituisce la sostanza [e] la ricchezza [ovvero il valore d’uso]. Il denaro è perciò, d’altra parte, anche la forma materializzata della ricchezza rispetto a tutte le sostanze particolari di cui essa consiste. Se da un lato perciò nel denaro, finché viene considerato per sé stesso, forma e contenuto della ricchezza sono identici, dall’altro esso, in antitesi a tutte le altre merci, è rispetto a loro la forma generale della ricchezza […]. Se il denaro per la prima determinazione è la ricchezza stessa, per l’altra è il rappresentante materiale universale della medesima. Nel denaro stesso questa totalità esiste come compendio ideale delle merci. La ricchezza (valore di scambio tanto come totalità che come astrazione), a differenza di tutte le altre merci, esiste dunque come tale soltanto individualizzata, nell’oro e nell’argento, come un singolo oggetto tangibile. Il denaro è percià il Dio tra le merci” (vd. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, vol. I; K. Marx, Antologia cit., pp. 98-101).

[3] Vd. [https://it.wikipedia.org/wiki/Nelumbo]

[4] Accanto al pensiero “arborescente” dell’Occidente, incentrato sull’albero della conoscenza verticale e basata su un fondamento-radice, Deleuze e Guattari propongono un pensiero “rizomatico”, che si sviluppa orizzontalmente maturando connessioni tra elementi eterogenei e molteplici, pur aspirando al raggiungimento della formula paradossale pluralismo = monismo, poiché rizoma e albero-radice non si oppongono. Piuttosto il rizoma costituisce la possibilità (trascendentale) di tutte le vie di fughe per una struttura arboriforme [http://www.doppiozero.com/dossier/anniottanta/rizoma].

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