Il termine de-termina

Rivisto un film gradevole, drammatico ma non troppo. Veronika decide di morire (2009), tratto da un romanzo di Paulo Coelho. Schiumante di dolore per il pallido grigiore sul quale le sembra sintonizzata la propria esistenza, una giovane ragazza decide di farla finita. L’ultima amara digestione a base di farmaci e alcol non è sufficiente per concretizzare pienamente le proprie intenzioni. Veronika si risveglia nel letto di una clinica psichiatrica, dove le viene detto che, pur non essendo riuscita a suicidarsi, le rimangono pochi giorni per via dei danni causati a quel delicato “meccanismo” posto al centro del sistema circolatorio da William Harvey. È in questo lasso di tempo indeterminato che Veronika attraversa la consapevolezza della morte e, degna dell’estro di un alchimista tra i più prodigiosi, cercherà di distillarla sino a trasformarla in consapevolezza della vita (awareness of life).

Consapevolezza della morte, l’essere-per-la-morte. Si respira una certa fragranza di esistenzialismo heideggeriano. Cogliendo tale olezzo, ma ad un tempo rifuggendo l’atmosfera filosofica troppo greve, vorrei almeno ricordare quanto sia essenziale questo concetto per mettersi in cammino verso una consapevolezza della vita. E per farlo vorrei chiamare in causa la pedagogia, a causa del valore formativo della morte, e dunque una lettura significativa:

«La morte dà forma alla vita – così, acutamente, Jankélévitch, che aggiunge –: in ciò consiste la doppiezza del limite: nel dire insieme sì e no, cioè nel rifiutare affermando e nell’affermare rifiutando, in quanto il termine (terminaison) diventa ciò che determina (determinaison) e il limite risulta parte integrante della forma» […] Considerazioni che si commentano da sole nel loro significato pedagogico. Ma dobbiamo pur dire, perché non lo si dice abbastanza, che la consapevolezza del fatto che «la morte dà forma alla vita» e che «il termine diventa ciò che determina» manca proprio alla pedagogia […]. Una pedagogia, sempre più sbilanciata verso un ingegnerismo didattico pervaso di cognitivismo, rimuove e occulta sistematicamente il problema della morte. Si può dire che manchi una pedagogia della morte, intesa come paradossale orizzonte di senso della vita stessa, manca la capacità (volontà?) di pensarla e dirla, nella sua radicalità ontologica, perché troppo scandalosa e scomoda […]. Parlare della morte è parlare autenticamente della vita, perché nella consapevolezza della morte sta la consapevolezza della vita”[1]

[1] R. Fadda, Sentieri della formazione. La formatività umana tra azione ed evento, Armando, Roma 2002, pp. 51-2.

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