Sulla “e” (ma non quella di essere)

«Für seinen Eigener ist […] alles Eigene gut versteckt;

und von allen Schatzgruben wird die eigne am spätesten ausgegraben […]»[1]

 (F. Nietzsche, Also sprach Zarathustra, III, Vom Geist der Schwere)

Un tempo mi aveva affascinato molto un esercizio di scrittura creativa à la Beckett. Stendere un breve testo dove il verbo essere alla terza persona singolare (è) fosse sostituito dalla congiunzione (e). Apparentemente nulla di trascendentale, tuttavia l’effetto indefinito e nonsense delle proposizioni risultava quantomeno notevole. Tutto sembrava in divenire, aperto e… diverso!

Il verbo essere ha un potere definitorio ed identificativo fondamentale. Questo è sufficiente, se vogliamo incarnare le vesti di accorti nomoteti del linguaggio che usiamo, per metterci in guardia circa le facoltà di questo verbo. Già Platone, come ben ricorda Heidegger, riportava l’ammonimento: «è chiaro infatti che voi da tempo siete familiari con ciò che intendete quando usate l’espressione essente; anche noi credemmo un giorno di comprenderlo senz’altro, ma ora siamo caduti nella perplessità».[2] Ben celato sotto un manto di ovvietà il verbo essere s’insinua in ogni asserzione, in ogni comportamento e sembra che sia comprensibile a tutti. «Il cielo è azzurro», «Sono contento». Tutti sanno cosa significhi. Siamo sicuri? Posso forse figurarmi qualcosa come “cielo”, come “azzurro”, come “contento”; ma vale altrettanto per “è” o per “sono”? Se spogliamo il verbo essere del suo sostare come cosa ovvia nelle asserzioni, siamo in grado di dire cosa significhi? Prudenza richiesta!

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Sto leggendo un libricino denso e ricco, Educazione e comunicazione interculturale.[3] Sono profondamente motivato nello scorrere agilmente le pagine, perché me lo hanno dipinto come un mattoncino dell’area nella quale si va intessendo l’educazione alla pace – la pedagogia interculturale. Perché la pedagogia interculturale dovrebbe essere una – se non la – forma principe di educazione alla pace?

Già dalle prime pagine viene agganciato uno spirito di movimento, uno spaccato di vita vissuta attraverso un bel lancio di cappio teorico: il multiculturalismo va distinto dall’intercultura. Se «il multiculturalismo sta ad indicare una condizione statica in cui i diversi gruppi o individui possono convivere pacificamente senza interagire, il concetto di intercultura fa riferimento a una situazione dinamica, che presuppone uno scambio produttivo tra soggetti portatori di diversi sistemi culturali di riferimento, dove le rispettive diverse identità si confrontano e si ridefiniscono, trovando nuovi stili di interazione» (p. 25). Nell’intercultura non ci sono solo accettazione passiva o tolleranza, ma c’è l’intenzionalità attiva all’interazione o la volontà d’amore. Sicuramente un gradino più in alto nella scala verso la pace.

Ricapitolando, parlando di pedagogia interculturale, vengono fuori in poche righe una miriade di intuizioni. Ma la mia attenzione cade su qualcosa di particolare. Ridefinizione di identità, confronto di identità. Il sottointeso a rifuggire le “gabbie” dell’identità, «rappresentate da un pensiero monolitico, autocentrato e profondamente radicato nella propria cultura, che si contrappone all’apertura verso la diversità, al pluralismo» (ibidem). E chi erge le sbarre di queste “gabbie”? Prudenza richiesta! Il verbo essere spesso si nasconde di nuovo nell’ovvietà del dietro l’angolo. Riporto per intero il breve paragrafo che nel libricino segue di poco la definizione di intercultura:

«Il pensiero identitario, come lo definisce l’etnologo François Laplantine […] è sorretto dal primato del verbo essere, è “modellato da giudizi di attribuzione che nella maggior parte dei casi presentano un carattere di riducibilità totale all’univocità: un tale è questo o quello, il tempo che fa oggi è gradevole o sgradevole, ciò che dico è vero o non lo è. È possibile pensare, parlare, scrivere in un altro modo, ma il pensiero dell’essere non può, non vuole farlo. È un pensiero dell’uno e non del molteplice; si realizza a meraviglia nell’assegnazione (e di conseguenza nell’esclusione) e non nella relazione”. Gilles Deleuze […] evidenzia come la congiunzione “e”, diversamente dall’essere, fa sì che il pensiero acquisisca una dimensione fluida, dinamica; la “e”, che include la diversità e la molteplicità, implica la distruzione dell’identità così come solitamente è intesa» (ibidem).

L’approfondimento del tema dell’identità, la risposta alla domanda chi è il soggetto, la percezione dell’esigenza di cercare di andare oltre le maschere dell’io puntando alla scoperta di un più autentico. Tutte questioni al centro di questo blog sin dai suoi albori. Non credevo però che tutto potesse compendiarsi in un apparentemente banale quanto paradossale esercizio di scrittura creativa. Un esercizio che sostituendo le “è” con le “e” batte la strada del superamento di una rassicurante ma non realizzante identità, la quale va ricercata nell’incontro ed il confronto con l’alterità. Mettendo tante “e” tra sé e l’altro, forse l’unico modo di scavare la miniera che conduce al proprio io – l’ultima delle miniere ad essere scavata, proprio perché spesso ci si trincea per anni dietro ad un “è” anziché lavorare in profondità con l’“e”. PacE!

[1] «Ogni possesso […] per il suo possessore è qualcosa di ben nascosto; e di tutte le miniere la propria è l’ultima a essere scavata […]» (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, III, Dello spirito di gravità)

[2] Platone, Sofista, 244 a

[3] P. D’ignazi, Educazione e comunicazione interculturale, Carocci, Roma 2015

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