L’undici e il sei: potrà mai un amore passare?

Ormai è l’undicesimo giorno che il tuo crollo è avvenuto. L’undicesimo! Che numero beffardo, che si macchia di oltraggio a quello perfetto dei pitagorici. E, oltre alla beffa, il danno dell’insicurezza nella quale si precipita quando ci si consegna nelle mani dell’ignoto. Sarà per questo che avverto l’undicesimo giorno così insopportabile, insostenibile. Gli psichiatri consigliano che è bene non contattarti. Attraversi un momento delicato e alla terapia sono allotri i pensieri che si possono risvegliare anche con un semplice messaggio delle persone care. Almeno delle persone care del passato. Ma è l’undicesimo giorno che sei adagiata lì in ospedale e, per quanto siano passati sei mesi dal momento in cui abbiamo reciso la corda che ci ha tenuti insieme per tre anni, io non mi sento una persona cara del passato. Non mi sento e non ti sento del passato. Anche se entrambi eravamo convinti di aver seppellito tutto, sotto cumuli di superfici che inesorabile la quotidianità ci ha fatto gettare su quel che era, con quella stramaledetta necessità d’anima mortale, che un modo per andare avanti bisogna comunque trovarlo. Ecco, anche se entrambi eravamo convinti di questo, l’intera coltre di superfici si è disciolta, è svanita e si è esumato da sé nel mio cuore tutto quel che era – e per me che ancora è – nel momento stesso in cui mi hai chiamato per dirmi che sei in ospedale e di quanto ti manchi proprio quel che era – e che, mi hai fatto capire, anche per te ancora è –.

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L’undicesimo giorno senza poterti sentire per il tuo bene mi sta fagocitando pian piano il petto a partire dalla bocca dello stomaco. Non oso immaginare cosa starai passando tu in ospedale, ma per me oggi è abbastanza. Per me oggi è vitale gettare la spugna. E inizio così a scrivere, per scriverti, con l’amarezza che queste parole probabilmente non arriveranno mai ad accarezzare il tuo cuore, ma con la speranza che siano almeno di sollievo per la mia mente. Per me e per te oggi. Non nel passato. Forse penso un amore come il nostro non potrà mai passare. Allo stesso tempo oggi, l’undicesimo stramaledetto giorno in cui ti trovi in ospedale, non sono più convinto di poterti offrire amore. Me ne accorgo proprio ora. E non sono sicuro neppure che tu lo vorresti da me o tu sapresti più offrirne a me. È vero quel amore non potrà mai passare, ma noi siamo passati. Me ne accorgo proprio ora, perché in realtà sto pensando a me e non a te. Sembra che ricerchi spasmodicamente i tuoi genitori per avere tue nuove; in realtà inseguo il mio senso di colpa, riflesso nelle loro parole, di aver visto i sintomi del potenziale crollo ma di non aver saputo prevenirlo. Sembra che non veda l’ora di poterti risentire per sapere che stai meglio; di fatto vorrei dissetare quel mio fastidioso anelito a capire cosa vivono le persone, cosa hai vissuto tu prima, durante e dopo la crisi. Sembra che voglia giocare la mia parte per supportarti nel lungo percorso che ti conduca di nuovo verso l’equilibrio; effettivamente non vorrei lasciarti sola lungo quel percorso, perché temo tu non ce la possa fare e la mia tendenza meschina a proteggere e sostituirmi all’altro mi fa muovere dei passi che procedono i tuoi anziché affiancarli o assisterli da debita distanza. Sembra che, nonostante siano passati sei mesi da quando ciascuno di noi si è allontanato dall’altro, ancora l’amore non sia passato; eppure è solo lo sconvolgimento emotivo conseguente il tuo momento di difficoltà a proiettare il miraggio. Nell’undicesimo giorno della tua permanenza in ospedale mi accorgo di non essere più in grado di lasciarti la tua libertà. Libertà di ogni cosa. Di pensiero ed emozioni. Di scelte o edificazione di percorsi. Libertà che è fondamento di una relazione d’amore, perché l’amore non è possesso ma tensione verso qualcosa che rimane libero. Un amore può passare quando due persone cambiano e viene meno la condizione iniziale della libertà dell’altro. Ed il proprio ego finisce per strabordare e affondare gli artigli nella libertà altrui.

Mi hai insegnato tanto. Tantissimo. Il fascino delle piccole cose, che ai tuoi occhi alimentavano l’alchimia del piccolo che può diventare immenso fino a riempirti il cuore per giornate intere. La ricchezza del congedarsi dal proprio orgoglio, per disporsi verso un contatto più profondo con lo slancio vitale, dove le cose non hanno nome e cognome. La profonda differenza tra un’emozione-emozione, che ti sconquassa tutto con un’immersività totale, ed un’emozione-pensiero, che ti trascina in un mare fatto di un basso fondale. Ebbene mi insegni ancora tanto, pur con questa dura esperienza del crollo psichico. Ad esempio l’undici, l’oltre la perfezione pitagorica, è qualcosa che mi infastidisce oltre misura. L’undici a sua volta mi fa rivalutare il significato dei sei mesi che ormai abbiamo vissuto distanti. Distanti perché, anche se tutte le cose che mi hai insegnato non passano, facendomi supporre che con loro quel nostro amore non possa mai passare, quella distanza l’abbiamo scelta insieme perché iniziavamo a cambiare. E, siccome c’amavamo, eravamo riusciti con un ultimo atto d’amore a riconoscerci l’un l’altro anche questa estrema e definitiva libertà: la libertà di andare ognuno per la propria strada, la libertà di cambiare. Pertanto non posso che smetterla di vivere giornate che mi appesantiscano come quest’undicesima in cui sei in ospedale e vorrei fare qualcosa che non posso fare… per te, anche se in realtà probabilmente sarebbe per me. Spero allora d’imparare da te ancora quest’ultima lezione: di lasciarti la libertà di proseguire quel tuo cammino indipendente e autonomo di vita, di rispettare quel conclusivo atto d’amore agito insieme, senza impicciare troppo, ma accontentandomi di sentirci sporadicamente come amici, quando sarai uscita dall’ospedale. Che lezione drammaticamente dura ma trionfalmente giusta quella del vero amore – che il vero amore può passare e talvolta è persino necessario che passi, per poterlo riconoscere come tale.

 

Ad Aurora e alle foglie che,

come quelle delle sue poesie,

non cadono, prendono il volo

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