Nutrire la vita

Su consiglio di un’amica, che ne aveva intravisto le potenzialità per ravvivare una filosofia critica orientale e non un suo scadimento in una banalizzata e occidentalizzata filosofia dello “sviluppo personale”, ho letto Nutrire la vita. Senza aspirare alla felicità di F. Jullien.[1] Penso di coglierne la quintessenza per una recensione citando queste parole: «credo, come Nietzsche, che una delle funzioni più inventive della filosofia trovi la sua fonte nella filologia» (p. 73). Attraverso una minuziosa analisi dell’espressione cinese 养生(yǎng shēng, “nutrire la vita”), l’attento sinologo Jullien mostra una forma mentis orientale che, raggomitolata attorno al filo del “nutrimento vitale”, sfugge le grandi scissioni occidentali tra corpo e anima. Così come rifugge altre dicotomie che affondano le radici nella contrapposizione tra psichico e somatico, così come il ragionamento per compartimenti (/comportamenti) stagni tra vitale, morale e spirituale.

Il viaggio filologico ha inizio ponendo al centro dell’attenzione il “nutrire la vita”, al di là dell’opposizione tra il nutrimento del corpo e dell’anima. Il senso dei due sinogrammi (养生) «non può restare strettamente concreto e materiale, ma neppure inclina verso lo spirituale – qui non si tratta della “Vita Eterna”» (p. 8). Tutto il libro, che si pone l’obiettivo di riflettere un tratto della cultura cinese, è un appello allo stare nell’immanenza, dove terra e cielo si abbracciano. “Mantenersi evolutivi”, praticare il non attaccamento, finanche disgiungersi dalla vita stessa qualora intesa come volontà di “vivere di più” o “ad ogni costo”, lasciare che la vita «insieme vada e venga, come il flusso e il riflusso del mare all’esterno, come l’espirazione e l’inspirazione del soffio vitale all’interno» (p. 37).

the-mirror-tarkovsky
A. Tarkovsky, “The mirror” (1975)

Il percorso procede poi sul sentiero della spiegazione (per quanto ‘spiegare’ sia possibile in questo contesto) delle procedure attraverso le quali perseguire il “nutrimento vitale”. In questo sentiero ritroviamo diversi aneddoti di persone intente nel proprio lavoro (un Macellaio, uno spazzino, un gobbo, un traghettatore, ecc…), tanto per non discostarci troppo dal piano dell’immanenza. Infatti secondo Jullien, «l’immanenza non si spiega, si può solo introdurre ad essa per tappe successive che manifestino l’integrazione progressiva di ciò che si traduce, comunque, in facilità e capacità» (p. 107). Siamo quindi ben lungi dai miti platonici attraverso cui dire il vero attraverso il verosimile. Gli aneddoti riportati – e trafugati dal libro dello Zhuang-zi,[2] stella polare per tutta l’opera di Jullien – mirano a qualcosa «più originario di qualsiasi sapere teorico in quanto acquisito direttamente dall’utilizzabilità delle cose […]. Contemplare un martello […] non ci insegnerà niente di cosa sia effettivamente un martello, un “essere” si apre da esso solo nel suo uso. Bisogna averlo impugnato e maneggiato perché, dalla sua utensilità stessa e attraverso la padronanza che progressivamente se ne acquisisce, derivi una conoscenza che nessuna descrizione può sostituire» (p. 97).

Le tappe finali del viaggio filologico atterrano su una conseguenza capitale del pensiero del “nutrire la vita”, del mantenersi sul piano dell’immanenza nel mondo: la caduta dell’illusione di eternità e finalità, in particolare una negazione decisa all’affermazione occidentale che il fine supremo a cui tendono gli uomini sia la felicità. “Nutrire la vita” «apre un’altra possibilità rispetto quella della felicità perché nutrire si basa su di un alogica di affinamento-trasformazione [nella vita e della vita] che si sviluppa in alternativa alla ricerca e alla conquista [sulla vita]» (p. 114). Il pensiero cinese non condivide la logica dello scopo, il mirare ad un effetto per realizzarlo: «è solo non avendo di mira l’effetto che si può lasciare lasciarlo conseguire con abbondanza: che si può lasciare l’effetto procedere» (p. 128). Il lungo percorso che aveva inizio dal verbo primigenio “nutrire” si conclude così lasciandoci scoprire un altro verbo, un ultimo verbo col quale atteggiarci di fronte alla nostra natura. «Basta un verbo, nel seguito, a dire questa capacità di non puntare ad alcun fine per lasciare che l’effetto senza fine ci porti: “la vita è come fluttuare, la morte come riposare” (Guo). Qui “fluttuare” non sta a indicare un effimero minacciato di incostanza e ancor meno di inconsistenza […]. Fluttuare dice infatti la capacità di non immobilizzarsi in alcuna posizione e al tempo stesso di non tendere verso alcuna direzione; di mantenersi in movimento continuo, trasportati dall’alternanza respiratoria del flusso e del riflusso […]. Eliminando il pensiero della destinazione e quindi lasciando riassorbire l’idea della finalità, “fluttuare” è il verbo che contraddice nel modo migliore l’aspirazione e tensione alla felicità; o che dice nel modo migliore il mantenimento e nutrimento del vitale. Fluttuare è infatti non fissarsi alcun porto, non darsi alcuno scopo, e nello stesso tempo restare sempre attivi – pronti e leggeri» (p. 129).

[1] Libro Nutrire la vita: https://www.amazon.it/Nutrire-vita-Senza-aspirare-felicit%C3%A0/dp/8860300339

[2] Libro del Zhuang-zi: http://www.adelphi.it/libro/9788845905056

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