Sull’avere-il-controllo

La vitalità non è la civiltà e la moralità, ma, senza di essa,

alla civiltà e alla moralità mancherebbe la premessa necessaria,

la materia vitale da plasmare e indirizzare moralmente e civilmente;

sicché alla storia etico-politica verrebbe meno il suo proprio oggetto.

E la vitalità ha, coi suoi bisogni, le sue ragioni, che la ragion morale non conosce

B. CROCE, La storia come pensiero e come azione, Il cosiddetto irrazionale nella storia

La marchesa von O di H. Von Kleist

Ho letto La marchesa von O, uno degli otto agili racconti che ci rimangono di Heinrich Von Kleist (1777 – 1811), gigante drammaturgo tedesco del romanticismo e non solo. La marchesa von O è una “vedova d’ottima reputazione”, interamente dedita all’educazione dei figli e alla cura della famiglia, in una società borghese non meglio precisata. L’agiatezza di una vita condotta secondo ragione sembra dominare il suo essere nel mondo, quando una guerra irrompe nel suo Paese. La marchesa viene strappata dal proprio castello da un gruppo di archibugeri nemici e, proprio nel momento di massimo sgomento in cui sta “per cadere a terra sotto le offese più infami”, il conte F, un ufficiale russo, disperde “la canaglia avida di quella preda”. Quello che le “parve un angelo del cielo” la salva dalle turpitudini dell’irrazionalità. Tuttavia queste non abbandonano la sua esistenza. La marchesa e, con lei, la sua famiglia rimangono ben presto vittima di una nuova sciagura: una gravidanza nella quale il padre è (e rimarrà) ignoto. Ci troviamo qui su una sorta di vetta che anticipa la discesa nelle montagne russe. Von Kleist riesce con un’obiettività dirompente a narrare lo sgomento, frutto di uno “scherno del mondo”. A narrare il non-avere-il-controllo della situazione. La marchesa corre ai ripari e, facendo appello alla ragione, rende noto sui giornali che si trova, “a sua insaputa”, in stato interessante, invitando il padre del nascituro a presentarsi poiché aveva deciso, “per ragioni familiari”, di sposarlo. Quando il conte F torna al di là di ogni ragione, come si torna dalla morte, e raccoglie tale invito, la marchesa sgomenta non lo può accettare. Colui che le ha dato la capacità di (ri)-avere-il-controllo sulla vita (salvandola dalle insidie della guerra) ai suoi occhi non può essere la stessa persona che l’ha costretta a non-averne-il-controllo (ingravidandola a sua insaputa). Il racconto si chiude brillantemente proprio con la risposta della marchesa al perché non volesse accettare il conte F come sposo e padre del nascituro, al perché inizialmente fosse fuggita davanti a lui come dal diavolo: “Non mi saresti apparso allora un diavolo, se non mi fossi sembrato un angelo, al tuo primo apparire”.[1]

Esiste il conte F? E, se esistesse, sarebbe davvero un diavolo? O un angelo? Quello che mi ha sempre folgorato in Von Kleist dalla prima visione del suo capolavoro teatrale, Il principe von Homburg, è la sua capacità di operare l’inserimento più compiuto dei personaggi in una vicenda storica. Ma la storia c’è davvero? I nomi sono spesso puntati, i tempi e i luoghi degli eventi indefiniti. In modo emblematico il conte F appare in guerra, poi sembrerebbe morto dopo aver salvato la marchesa; in seguito ricompare ma poi scompare di nuovo. È un angelo ma anche un diavolo. Non ha un confine storicamente definito, come non ce l’hanno gli altri personaggi. Von Kleist è un giovane intellettuale che ha fatto i conti con Kant e ne è uscito affranto dal pensiero che l’uomo coglie la dimensione fenomenica (ciò che gli si manifesta) ma può solo aspirare a quella noumenica (ciò che realmente è) della vita. È quindi plausibile che nella sua opera la storia ci sia, certamente, ma non si possa cogliere con la ragione, perché non è questa a farla ma solo a farcela apparire nell’unico modo in cui ci è dato coglierla: con un senso, con una ragione civile e morale, una forma tale che consente all’uomo di averne-il-controllo. Allo stesso modo i personaggi, in ultima battuta inconsistenti perché non sono loro a fare la storia ma è la storia, il “materiale vivente” a farli. Nelle isole narrative più drammatiche delle opere di Von Kleist questo è evidente: gli uomini si trovano in balia di un qualche aspetto irrazionale della vita, un aspetto che non sono riusciti a ricondurre con ragione entro uno schema sul quale avere-il-controllo. Ed ecco che emerge lo sgomento ed il bisogno di ricondurre l’irrazionale al razionale, per sopravvivere con la propria persona e vivere la propria storia.

F4F779D4564C470191E30034CCDCAA2B_f020388_pic_04

Sulle montagne russe (o sull’avere-il-controllo)

C’è una sensazione che accompagna tutto il racconto di Von Kleist, tutta la nemesi tra razionale e irrazionale. Lo sgomento. Quello più severo, quello che per esempio ti assale in un posto non deputato in principio a suscitare un sentimento del genere. In un parco giochi, sulle montagne russe. Un tempo e uno spazio razionalmente irrazionali. Saresti lì per divertirti. Ti sei recato in quel luogo animato dal più vivo desiderio ludico. Eppure all’inizio di una discesa ripida, quando non sai a che velocità la percorrerai, quando non conosci le persone accanto con cui affronterai l’avventura, quando non sei sicuro se arriverai fino in fondo, quando ti senti in balia di condizioni sulle quali non hai un controllo diretto. Ecco quel attimo di sgomento farsi spazio tra le maglie di una situazione esteriore per imprimersi nella profondità interiore del tuo animo. È un attimo. Passa subito o, meglio, passa perché la discesa termina, scendi dal vagone e ti puoi re-impossessare del controllo della situazione. O puoi tornare a sognare di avere tale controllo. Chissà se questo diritto te lo sei  guadagnato solo chiudendo gli occhi nell’attimo dello sgomento, quel tanto che bastava per sopravvivere alla situazione, o perché ti sei fatto carico del coraggio di non-avere-il-controllo, vivendo l’esperienza ad occhi aperti per rivivere ancor più rassicurato nella e della propria forza.

Il bisogno di avere-il-controllo (che va oltre la mera possibilità di controllare) le diverse forme in cui si manifesta la vita, a mio modo di vedere, è una necessità urgente per ogni essere umano. Avere-il-controllo è la convinzione di poter disporre di sé per muoversi nella vita. Avere-il-controllo è il processo che consente d’istituire una catena causa-effetto, per cui l’uomo con certe azioni può dominare certe reazioni. Avere-il-controllo è un’operazione che dà sicurezza al prezzo dell’arbitrarietà dell’operazione stessa. Avere-il-controllo è infatti il soverchiare della ragione sul campo della vita. Tuttavia la vita non finisce mai di presentarsi anche nei suoi aspetti irrazionali. Ce lo ricorda persino un parco giochi, all’inizio di quello che sembra essere un semplice percorso in discesa. Avere-il-controllo rimane d’altronde un bisogno dell’uomo per vivere. E, nonostante il bisogno abbia spesso uno spessore irrazionale, l’arma migliore con cui l’essere umano decide spesso di affrontarlo rimane la ragione. Avere-il-controllo è la ricerca di un’azione ragionevole a fronte di una vitalità apparentemente irragionevole. Avere-il-controllo, per taluni, è il principio della vera e propria storia umana,[2] quella in cui l’uomo dispone e riconosce con la ragione le ragioni di sé. La storia in cui sono dissolti i personaggi de La marchesa von O è un grande teatro in cui questo meccanismo viene messo in scena e, allo stesso tempo, un grido sordo con cui si smaschera il bisogno dell’uomo di avere-il-controllo sulle situazioni, d’istituire una storia civile e morale come canale per sintonizzarsi su una storia ed una vitalità altrimenti inattingibili in sé e per sé.

[1] H. Von Kleist, «La marchesa von O», Il Sole 24 Ore, Milano 2016, p. 56.

[2] B. Croce, «La storia come pensiero e come azione», Bibliopolis, Napoli 2002, Prospettive storiografiche, VI – La natura come storia senza storia da noi scritta, p. 285: “Una delle tante questioni sempre proposte e non mai risolute, perché mal poste, riguarda il punto d’inizio della storia umana, che talora è stato segnato nell’invenzione della scrittura, e talora nella formazione dello Stato, e talora nell’apparire dell’individualità, e in altri modi; e non si è pensato che essa comincia ogni volta che sorge il bisogno d’intendere una situazione per un’azione”.

Annunci

2 thoughts on “Sull’avere-il-controllo

  1. Il tema è molto interessante e fecondo. Premesso che odio le etichette e mi dispiacerebbe passare per irrazionalista (oggi è quasi di moda): se lo stesso avere-il-controllo non fosse qualcosa di completamente razionale? Il controllo attiene alla razionalità come “consapevolezza del controllo” quanto prima ancora all’irrazionalità nella “percezione del controllo”. La prima è tipica dell’uomo, della ragione calcolatrice, che riesce a dimostrare a sé stessa come il possibile non sfuggirà ad un sistema rigido descritto con una manciata di variabili più o meno raffinate. Dalla consapevolezza si passa rapidamente alla percezione, se i conti tornano la situazione è under control, quindi posso abbassare la guardia nei confronti del mondo. Rilassarci. Riposare. La consapevolezza è autocoscienza, la percezione è invece più legata alla sfera animale ed istintiva: quella che ha la gazzella mentre si abbevera in una landa desolata incurante del leone che sta per attaccare alle sue spalle. Ne concludo che la consapevolezza è solo una via più complessa ed articolata per arrivare alla percezione, al sentimento, al corpo che smette di tremare e si rilassa; una percezione che si raggiunge quando ci si sente al sicuro, al riparo, protetti dall’imprevedibile.
    Sfortunatamente però il reale è sempre più complesso dei nostri calcoli ed è abile ingannatore rispetto alle nostre limitate percezioni dei sensi, quindi il castello di carta finirà sovente per cadere, e la vita come il conte F tornerà sempre con in mano il conto da pagare.
    Siamo quindi un po’ destinati a ricondurre l’irrazionale nel razionale per sentirci sicuri e per spiegarlo, finendo per trovare una tranquillità fittizia. Qui la provocazione: se capissimo che l’avere-il-controllo è solo un sistema meccanico e razionale per indurre uno stato d’animo che di razionale ha ben poco, non faremmo meglio a pensarci come bendati, sulle montagne russe, accogliendo in un silenzioso abbraccio l’assoluta imprevedibilità del mondo? Forse no. Anzi, la soluzione potrebbe essere altrettanto fallace, se non peggio: forse perché anche questa nuova consapevolezza nasconde una nuova insidia. Il tuffo nell’irrazionale, l’acquisto consapevole biglietto per le montagne russe è solo una differente forma di controllo deresponsabilizzato, un rifiuto aprioristico ancora più pericoloso della fallacia di ogni scienza. Per quanti conti facciamo, il conte F. ne porterà sempre di diversi, ma lottare per non incontrare grosse discrepanze nel bilancio finale è una sfida che vale la pena raccogliere. L’inattingibilità del noumeno non dev’essere un limite per la scienza quanto l’impossibilità di avere-il-controllo non dev’essere un limite per la sua ricerca.

    1. Buon Mo’! GRAZIE MILLE per la riflessione. Lo consideri un’etichetta se dico che anche in questo caso ti dimostri davvero un “monti”, mostrando col tuo commento un sentiero che permette un’ulteriore scalata verso vette ancora più ripide oltre quelle raggiunte dal post!

      Effettivamente ci sarebbe da discutere a lungo sulla natura del BISOGNO che ci spinge ad avere-il-controllo su qualcosa/qualcuno e sullo STATO D’ANIMO che proviamo allorché soddisfiamo tale bisogno (quello che, se non ho frainteso, tu chiami “percezione” dell’avere-il-controllo). Non ci avevo pensato e per questo mi ero focalizzato esclusivamente sull’avere-il-controllo come processo razionale (quello che indichi come “consapevolezza” dell’avere-il-controllo), peraltro chiuso in sé come concetto (ecco il perché dei trattini) forse per poterlo analizzare astraendolo dai contesti in cui nasce e ai quali porta.

      Detto questo riconosco che, spostando l’attenzione sul BISOGNO o sullo STATO D’ANIMO al quale è legato l’avere-il-controllo, indubbiamente emerge la sua componente irrazionale. E allora vien da sé la provocazione insidiosa. Tuffarsi nell’irrazionalità (che tanto per tutta la razionalità non ne vale la pena), andar bendati per montagne russe (che tanto andassimo anche ad occhi sbarrati il controllo non lo avremmo lo stesso), improvvisarsi una marchesa von O che rinunci al suo conte F (perché all’inizio suo salvatore e poi distruttore ma in principio come alla fine una figura evanescente) – ecco, di fronte alla provocazione, condivido la tua posizione: non ne vale la pena trincerarsi dietro un “non ne vale la pena”. Aggiungo solo che forse non sarebbe non solo bello, ma neppure possibile: avere-il-controllo è un processo (“consapevolezza”), lo STATO D’ANIMO è la conseguenza (“percezione”) ma a monte secondo me c’è un autentico BISOGNO di avere-il-controllo. E, soprattutto, mi verrebbe da dire che, come hai giustamente fatto notare tu, tutti questi elementi stanno insieme poiché nel mondo è necessario AGIRE. Se la gazzella prima di abbeverarsi nella landa che descrivi dovesse attendere di avere tutto, ma proprio tutto, “UNDER CONTROL” prima di agire, non so se ci sarebbe più vita. Hai detto bene, Mo’: lottare per non trovare troppe discrepanze nel bilancio finale è una sfida che vale la pena raccogliere, pur sapendo già in partenza che le discrepanze ci saranno, ma che saremo assistiti dalla nostra capacità di avere-il-controllo di alcune voci, che ci aiuterà per ridurle il più possibile…

      (se poi nell’esercizio finanziario si registrassero sopravvenienze attive, come un biglietto gratuito per le montagne russe o un concerto, be’, ben venga) 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...