Se incontri un Platone per strada, uccidilo!

X: Prof, cosa consiglierebbe ad un giovane o una persona qualunque che si chiede quale sia lo scopo della propria vita senza riuscire a trovarlo?

G: Risponderei che dovrebbe smettere di porsi la domanda.

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Ogni tanto torno coi vecchi compagni di filosofia alle rassegne del venerdì organizzate dalla Biblioteca di Misano A., durante le quali dei personaggi di spicco del panorama culturale italiano rispolverano il pensiero dei grandi classici.* Lo scorso venerdì è stato il turno di Galimberti, che ci ha condotti in un viaggio errabondo ne La gaia scienza (1 ed. 1882 – 2 ed. 1887) di Nietzsche.** Durante la lectio, piuttosto che il testo, si è snocciolato in particolar modo il tema del platonismo quale essenza dell’Occidente, che il filosofo col martello vorrebbe smascherare e abbattere per poter affermare un pieno sì alla vita.

Cercando di compendiare la lettura che Galimberti propone, il platonismo sarebbe il coronamento del tentativo di rifuggire la tragicità del dolore, il dolore di fronte al quale l’uomo si trova allorché volge lo sguardo nell’abisso che egli abita – la consapevolezza della propria mortalità. La stessa tragicità avvertita dai Greci ma poi soffocata in senso apotropaico col platonismo attraverso l’astrazione (che rifugge il senso unico a cui sono attaccate le cose nella loro determinatezza), il mondo delle idee (luogo di una sempiterna luce, il mondo oltre un mondo ctnoio trapassato da effimeri chiaro-scuri) e il trionfo della ragione (che tutto permette di misurare, controllare e quindi spiegare piegando il reale alla propria vorace volontà di verità). Seguendo il fil rouge intessuto da Galimberti, i principi del platonismo impollinerebbe poi il cristianesimo nel quale, dopo Paolo e Agostino, ecco l’anima (che si eleva sopra le tenebre del corpo), l’aldilà (che rende possibile la salvezza) e Dio (che conferisce senso all’aldiqua). Qui l’essenza metafisica di un Occidente che si reggerebbe stabilmente fintato che Dio non viene ucciso dagli uomini, come denuncia l’uomo folle nell’aforisma 125 de La gaia scienza. L’uomo occidentale – che folle non vuole essere – è inconsapevolmente platonico e cristiano (Croce lo disse perché non possiamo non dirci “cristiani”). Lo è con l’inganno, un inganno nel quale scivola rapito maternamente dal senso di leggerezza che si prova guardando il mondo con la ragione e trovandovi, come riflesso in un gioco di specchi, il conforto della ragione del proprio vivere.

La morte di Dio comporta la scomparsa di quella ragione. L’uomo è di nuovo nudo di fronte a sé e alla tragicità della propria condizione. Niente più esorcismi della vita ricorrendo all’espediente del senso della vita. Bensì la nuda vita e il nudo uomo. L’uomo che si appresta a farsi carico del peso più grande. Accettare la vita e il suo afinalistico eterno ritorno. La verità non è più un’astrazione, un’idea, un’al-di-là della vita, ma la vita stessa. Una verità antica come il mondo ma nuova come l’oltreuomo, poiché le persone e i cristiani non hanno mai avuto il coraggio di coglierla, di morderla. Su questa falsa riga va approfondito l’incipit tragoedia dello Zarathustra, che si dipana nel capitolo La visione e l’enigma,*** in particolare nella seconda parte dove il profeta vede un pastore che giace a terra con un serpente tra le fauci. “Chi è il pastore, cui il serpente strisciò in tal modo entro le fauci? Chi è l’uomo, cui le più grevi e più nere tra le cose strisceranno nelle fauci?”. A tal proposito è affascinante e stringente la soluzione dell’enigma che propose un mio vecchio professore:

Si tratta […] di un rito orgiastico, nel quale il sapiente riconosce nella donna la serpe della conoscenza della vita, rifiutando di essere considerato soltanto un pastore […]. Nella visione del pastore alle prese con la serpe viene offerto il presagio di un prossimo incontro con la conoscenza della vita e l’enigma [è] la rappresentazione di una tragedia, in cui un satiro e una baccante o, meglio, Dioniso e Arianna, sono impersonati da un pastore atterrato e da una donna serpentina. In questa prospettiva, il morso del serpente alla lingua del pastore e il morso del pastore alla testa del serpente significano un reciproco ma micidiale bacio […] Come l’uomo conosce la donna, così il sapiente gusta la vita […].

Attraverso la prova iniziatica, il pastore diviene Dio e supera la morte della propria tristezza e della propria rinuncia a vivere […]. Questa novità costituisce […] una riscoperta dell’aspetto primordiale della verità: l’esperienza della vita; la comprensione di ciò che viene vissuto è il fatto iniziatico di chi vive. In questa prospettiva, la verità non è qualcosa da ricercare inizialmente e da afferrare razionalmente al termine di questa ricerca; infatti chi cerca la verità in questo modo l’ha già perduta e la perde ancora […]. Se la verità è la vita, chi cerca di vivere, perde la propria vita; dimenticandola, la scambia con uno scopo, come se potesse ripromettersi di ricordarla in un traguardo futuro. Tale dimenticanza, come lo stordimento del pastore che sogna la sua agonia, prima che una serpe gliela porti davvero, nasce dal dolore che la vita, naturalmente, arreca. Il morso alla testa del serpente racconta quindi la metamorfosi di colui che torna ad amare la vita e, in questo senso, rinasce. Che cosa sia la vita, che cosa sia la verità, lo dice la vita stessa e lo sa appunto chi vive. Essendo vissuta, la vita è conosciuta, ma resta misteriosa. La natura del mistero è la sua indecifrabilità in termini ad esso estranei […]. Il senso della vita è la vita stessa. Ed è la vita che decide e vuole, non la ragione che valuta il suo bene e il suo male.****

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Poniamoci ancora una volta la domanda “X” che il pubblico rivolge al professore Galimberti. “Cosa consiglierebbe ad un giovane o una persona qualunque che si chiede quale sia lo scopo della propria vita senza riuscire a trovarlo? Risponderei che dovrebbe smettere di porsi la domanda”. Ciò lascia insoddisfatta ancora una volta la nostra sete di volontà di verità? Ci fa paura? Ebbene che faccia paura! Che non si patisca la paura, la si scruti e la si assapori piuttosto come fa il pastore con il bacio della serpe. E la si morda e la si sputi, si torni quindi in piedi con il sorriso o con le lacrime. Tutto fuorché ripararsi per l’ennesima volta dietro l’esorcismo platonico per rifuggire l’ineffabilità del senso della vita. Quando lo riconosci, se incontri un Platone per strada, uccidilo! Il senso della nostra esistenza pervade l’esistenza stessa. Non ce lo fornirà bello e pronto la nostra ragione. “La soluzione del problema della vita si scorge allo sparir di esso. (Non è forse per questo che uomini, cui il senso delle vita divenne, dopo lunghi dubbi, chiaro, non seppero poi dire in che consisteva questo senso?)” – insisteva Wittgenstein in una delle proposizioni finali del Tractatus logico-philosophicus. Non ce lo fornirà bello e pronto qualcun altro, al di là di noi stessi, nel momento in cui sprofonderemo nell’abisso tragico della realtà urlando il nostro sacro sì alla vita.

I libri che si occupano di “spiritualità” contengono spesso un messaggio implicito più o meno di questo tenore: “Io (l’autore) possiedo qualcosa – conoscenze segrete, saggezza, illuminazione – che voi (i lettori) non avete. Se comprerete il libro, riceverete le istruzioni per raggiungere anche voi ciò che ho realizzato io (il risveglio, la coscienza cosmica, la pace interiore, il tao, la natura di Buddha, Dio, Siva, Visnu, Allah, Manitù e chi più ne ha più ne metta)”. L’essenza del dualismo è tutta qui: separazione fra chi sa (il maestro) e chi non sa (il discepolo), fra il punto di partenza (l’ignoranza) e il punto di arrivo (la saggezza) […]

La comunicazione contenuta nel libro che avete in mano è radicalmente non dualista: non ha verità da svelare né insegnamenti da impartire, perché ognuno di noi, esattamente così com’è adesso, senza dover “cambiare”, “migliorare”, “purificare” o “trasformare” alcunché, in qualsiasi momento della vita può accorgersi di qualcosa che – per quanto non notato – c’è sempre, vale a dire l’evidente certezza che esistiamo e sappiamo di esistere, la Presenza consapevole che costituisce il nostro vero Sé.

A prima vista sembra un fatto scontato, insignificante, quasi banale. Ma quando, anziché soltanto pensato, viene sentito e assaporato (non dimentichiamo che “sapienza” deriva dal latino sapere, che significa “avere o sentir sapore”), si rivela un Abisso senza fondo di pura meraviglia.*****

Riferimenti

* “Ritratti d’autore 2016” a Misano A.

** “La Gaia Scienza”, F. Nietzsche, Adelphi, Milano 1977

*** “Così parlò Zarathustra”, F. Nietzsche, Adelphi, Milano 1986

**** “L’enigma della serpe secondo Nietzsche. Guida ai simboli dello Zarathustra”, G. Biondi, Manifestolibri, Roma 2001, pp. 14, 15, 194, 203 e 204

***** “Il sorriso segreto dell’essere. Oltre l’illusione dell’io e della ricerca spirituale”, M. Bergonzi, Mondadori, Milano 2011, pp. 9 e 10

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2 thoughts on “Se incontri un Platone per strada, uccidilo!

  1. Ricordo quando, ormai qualche anno fa, accennavo ad un giovane programmatore russo dei miei studi in filosofia. Mi rispose con stupore qualcosa tipo: “Figo! Quindi vi spiegano cose tipo che la verità non esiste?”.
    Quella domanda mi fece molto riflettere. Non era una domanda malevola o sarcastica; mi stava di fatto esponendo la sua visione del mondo, per la quale era pressoché scontato che non esistesse una verità di un qualche tipo che fosse unica ed oggettiva.
    Al contrario di Galimberti, mi sembra abbastanza ridicolo il radicare tutte le nostre strutture mentali da abitanti del nuovo millennio vincolate ad un platonismo sotterraneo e strisciante. Ho trovato odioso il suo saccente e continuo apostrofare l’audience come se dovesse convincerci di qualcosa come se avesse raggiunto conoscenze segrete che noi non abbiamo ancora realizzato, per riprendere la tua citazione. L’occidente vive al contrario di ateismi più o meno raffinati, dai postmodernismi più complessi al materialismo economico più ingenuo. Chi surfa abitualmente con gli alieni del mondo contemporaneo come Satriani con la sua Ibanez è più che altro figlio di un nichilismo altrettanto sotterraneo e strisciante ma che non ha origini esclusivamente nietzschiane; il pensatore prussiano ha solo previsto con ineguagliabile lucidità i tempi futuri, mettendo nero su bianco per primo queste grandi intuizioni (come hanno fatto tutti i grandi, da Aristotele a Newton a Marx) – e pure con uno stile ed una potenza ancora ineguagliate. Con Dio è morto anche Platone, e tutta la tradizione cristiana volta al senso delle cose in un’ottica escatologica. L’eterno ritorno 2.0 è quello dell’iPhone che ogni anno bisogna ricomprare, del contratto che va rinnovato ogni sei mesi, di mutui e dei pagamenti a rate da pagare ogni mese e dei nuovi prodotti che escono con una tale rapidità ciclica da impedire ad ogni nuova release di diventare un classico – sia esso un disco musicale o un film, perfettamente identico al predecessore ma con una produzione leggermente migliorata, con suoni più puliti, con effetti speciali più pompati o con scene di sesso o violenza un po’ più spinte del passato, tali da giustificare un nuovo giro sulla giostra. Se poi non funziona più il contenuto, basta cambiare il contenitore: l’ebook, Netflix, Spotify, Youtube… In realtà noi occidentali abbiamo ucciso Dio, Platone e gran parte di una lunga tradizione filosofica e religiosa; il capitalismo in quanto legge del più forte sublimata in una società all’apparenza razionale e positiva (idea mia) ci ha riportato a rapporti di forza da società di natura legate più al concetto di eterno ritorno che ad un qualche sviluppo storico, utilizzato solo a fini commerciali per convincerci che “nuovo è meglio, oggi è meglio di ieri e così sarà anche domani” – salvo poi ripetere ciclicamente le stesse cose. Il progresso si è fatto mito, lo sciamano vende promesse di salute, fama e ricchezza vestito in giacca e cravatta. I dinosauri oggi muoiono in fase embrionale, prima di crescere e vedere le loro imponenti ossa conservate in un qualche museo. Ma questo, per il programmatore russo, così come pure per me, in un certo senso, non è necessariamente un male. C’è pure chi lo considera “figo!”.
    La domanda per interposta persona, ad ogni modo, sconfessa già tutto il tema. Il giovane è poco portato a chiedersi quale sia lo scopo: è infatti l’adulto a porla al filosofo. L’adulto che ascolta Galimberti, attorniato da pochi giovani studenti che sono lì perché l’ha chiesto il professore delle sQuole superiori. L’adulto platonista che inconsapevolmente sta assistendo ad un lento tramonto di questa ricerca di senso, quando non ci saranno più filosofi ed intellettuali per parlare di questi temi, quando tutte le chiese saranno vuote.
    Veniamo però alla pars construens, anche perché non voglio qui dipingere improbabili scenari apocalittici.
    Galimberti ha liquidato con poche parole i concetti di ‘volontà di potenza’ e ‘trasvalutazione dei valori’, spacciando l’Oltreuomo/Superuomo ad una mera questione di linguaggio strumentalizzato in ottica nazista dalla sorella di baffo con i suoi scritti postumi. In realtà il superamento del cristianesimo (in cui il forte torna a predominare sul debole, come accade oggi e come è sempre accaduto in natura) ci riporta dinanzi ad uno scenario possibile in cui far valere una qualche volontà, che proprio al contrario deve porsi la domanda e darsi pure una marzulliana risposta. Una risposta relativa, una maschera da tenere per sé o da condividere che faccia forza sulla nostra volontà e sulla nostra capacità di scrivere con forza sulle tavole dei valori.
    Se incontri un Platone per strada, uccidilo. Il suo mondo delle idee non ha più motivo d’esistere. Il senso della nostra esistenza pervade l’esistenza stessa. Il senso delle cose, come ho scritto qualche anno fa in quel pastrocchio di tesi, è nelle cose. Ma badar bene al sostenere che questo senso non vada cercato affatto partendo dal presupposto che un riferimento assoluto non c’è. Il senso in questo mondo c’è. Va costruito nelle cose e con le cose, ognuno coi suoi pezzi e con le sue esperienze, senza dimenticare la ricchezza che ci può portare il rapporto con gli altri, cosa che il mondo a noi contemporaneo ci spinge fortemente ad ignorare. Dopo aver ucciso Platone, rubagli la tavola dei valori ed inizia a scrivere.

    Grazie per lo spunto di riflessione, la mia tavola ringrazia 🙂

    1. Buon Mo’! Da quando hai lasciato in dono questo commento al post, l’ho scartato e scartato ancora fino a consumarlo. Ed è stato uno spunto prezioso per re-indirizzarmi verso un tema che mi è sempre stato caro, ma che non ho mai avuto la voglia o la capacità necessarie per dedicargli un adeguato approfondimento. Sto parlando, tra i due elementi che identifichi come pilastri della “pars costruens” del pensiero filosofico baffuto, della TRASVALUTAZIONE DEI VALORI. Pur avendone pensate tante in merito, non sono riuscito ancora a convogliare il turbinio di stimoli sul tema in un’unica idea (d’altronde siamo già oltre Platone e questo non può che rappresentare un segnale positivo :P). Con questo commento, vorrei condividere con te e far implodere la questione in un’unica domanda, che magari può aiutarmi a vederci più chiaro.

      Banalizzo fino all’inaccettabile, ma penso in maniera funzionale per toccare il nocciolo della questione. Nietzsche col nichilismo attivo ci esorta a rifondare i valori, ad essere forgiatori di materiale che possa avere valore intrinseco e che lo possa avere non perché lo abbia in sé e per sé, ma proprio perché opera della nostra potenza creatrice che si impone a noi in quanto tale, proprio così come s’impone la vita. Questo è ciò che fa di un valore un valore; e lo si fa proprio nella misura in cui lo si forgia… “ognuno coi suoi pezzi e con le sue esperienze, senza dimenticare la ricchezza che ci può portare (nel forgiarlo) il rapporto con gli altri” (cit.). Ci sono e condivido in pieno. Nella teoria. Poi arrivo nella pratica e ho davanti un bambino – il forgiatore per antonomasia –. Mi chiedo “COME” IMPARA UN VALORE?

      Prima constatazione: anzitutto non è una “tabula rasa” e di valori – diciamo “valori α” – già ne ha (appresi dalla famiglia, dalla scuola, ecc…).
      Seconda constatazione: i suoi valori non si toccano con mano, ma si esprimono nel suo modo di comportarsi, di vivere le emozioni e di pensare – diciamo “forma mentis α” –.
      Terza constatazione: la sua “forma mentis α” influenza a sua volta il modo in cui continua a comportarsi, a vivere le emozioni e a pensare ogni volta che si incontra/scontra con il mondo – diciamo “forma mentis β” –.
      Quarta ed ultima constatazione: la “forma mentis β” evolve e permette al bambino di imparare (e indubbiamente di forgiarsi) nuovi valori – diciamo “valori β” –, che però per quanto indirettamente sono sempre imparentati/influenzati coi “valori α” di partenza.
      Per farla breve, a me sembra che i valori riguardino la persona ad un livello così profondo, che è difficile forgiarli “ex-novo” e che invece è più probabile vengano plasmati a partire da una serie di “valori α” di base, che sono quelli che una cultura di partenza alla quale apparteniamo infonde in noi per tramite della famiglia, della scuola, ecc…

      Mi spiego meglio e arrivo al punto. Per quanto condivida in teoria l’idea della trasvalutazione dei valori, penso che il meccanismo per fare proprio un valore intacchi la persona ad un livello tale per cui diventa davvero un lavoro da oltre-uomo quello di forgiare da sé un nuovo valore. Un valore non è una cosa così semplice con cui fare i conti, come lo potrebbe essere – ma in fondo neanche questo è così semplice – una conoscenza (un concetto interiorizzato su come va il mondo), un comportamento (un “fare”, un’azione specifica per raggiungere uno scopo) o una capacità (un “saper fare”, una mappa strategico-operativa per agire sul mondo). Un valore intacca direttamente una grande parte di noi a noi sconosciuta, un nostro “modo di essere” che spesso, similmente a Cartesio, procede mascherato nelle viscere della nostra personalità. Il valore riguarda il “perché” le persone fanno le cose che fanno, le loro motivazioni più profonde. E perché un bambino fa quello che fa, e affinché un bambino manipoli il “perché” lo faccia, è molto difficile. Non a caso fino ad oggi penso che il modo più efficace con cui ci sono stati tramandati i valori non sia stato tramite l’insegnamento esplicito (centrato su istruzioni, conoscenze e capacità) ma tramite un’azione implicita di “mentoring” (basata su un’azione di guida e consiglio, quindi fornendoci l’esempio di un “modo d’essere” e lasciandolo traboccare in noi). Tale azione potrebbe essere stata fondamentale per infondere in noi quei “valori α”, sui quali poi si sono basati la “forma mentis α” e la “forma mentis β”, che man a mano ci hanno permesso e ci permettono di forgiare “valori β”. Valori, questi ultimi, che per quanto ci sembrino fondati da noi, in realtà mantengono ancora un forte sapore dei vecchi “valori α”, perché creare un valore “ex-novo” è difficile. L’esempio, la guida, il consiglio, la cultura e la relazione con gli altri è troppo importante su questo piano per permetterci il lusso di diventare liberi fabbricanti di valori.

      Cosa ne pensi, Mo’? Se sono stato troppo oscuro, promesso che l’eventuale richiesta di chiarire tuoi dubbi sarebbe occasione per chiarire i miei stessi dubbi…

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