De-stino

Parte I – Il carattere e l’orgoglio

 «Ηθος Ανθρωπῳ Δαιμων»

«Per l’uomo il carattere è il suo demone»

(o «Il carattere dell’uomo è il suo destino»)

Eraclito, B 119

Attraverso un momento famigliare difficile. Fa riflettere rivedere Interiors (1978), unica perla drammatica nella filmografia degli anni più brillanti della produzione cinematografica di Woody Allen. Infatti Interiors è l’archetipo di uno psicodramma esistenziale vissuto nella sua dimensione famigliare. Interiors è un’assurda sordità personale ed interpersonale che sfocia gradualmente in una rarefazione personale ed interpersonale. ­­Tutto ruota attorno ad una ricca famiglia che entra in crisi quando il padre annuncia la decisione di andarsene via di casa. La moglie, Eve, un’arredatrice d’interni nonché nume tutelare dell’intero nucleo (delle tre figlie finanche dello stesso marito, che solo grazie a lei è riuscito a diventare avvocato), è la figura sempre e comunque in primo piano – anche quando messa sullo sfondo o assente – della splendida iliade di chiaro-scuri realizzata dal fotografo Gordon Willis (ribattezzato The prince of darkness). Eve mira con vigore in ogni aspetto della vita all’eccellenza, senza aver orecchi per udire quale sia il suono dell’eccellenza; Eve fagocita con determinazione tutto quanto le sta attorno, senza aver orecchi per ascoltare quanto le dicono chi e ciò che le sta attorno; Eve è sorda (l’intero film è senza musica, fatta eccezione per una scena che, non a caso, presenta una tensione drammatica inaudita) e ha un carattere che inevitabilmente la porterà a rarefarsi (il teatro del film è una casetta sul mare e il ruggito delle acque che si compongono, si dissolvono e dissolvono è un incommensurabile richiamo simbolico). È un’arredatrice d’interni con l’ideale della perfezione, ma lei stessa ammette che “l’arredamento non è una scienza esatta”. Non può permettersi quel ideale. Averlo iscritto nel suo carattere non può che condurla ad un amaro destino, senza che lei sia nelle condizioni di sentire il rumore dei passi che muove lungo questa strada. Potrebbe evitare tale destino? Qui emerge il tema della “possibilità” d’altro. Eppure Eve e le figlie, a differenza del padre, faticano a cogliere qualsivoglia “possibilità” d’altro. Il loro orgoglio, l’importanza che ognuno dà al proprio sé, non consentono a nessuno di sentire la voce delle sirene. Ognuno vuole sentirsi superiore all’altro. Ognuno combatte per essere riconosciuto di fronte a sé stesso o ad un famigliare come superiore ad un altro famigliare. Dietro le mentite spoglie di Eve, l’orgoglio s’impadronisce di ciascuno e questa cifra caratteriale imprigiona la famiglia in una cella ove è impossibile udire la “possibilità” d’altro.

Interiors
“Interiors”, casa sul mare

Parte II – Oltrepassare (o, perlomeno, tentare)

«La nuvola nasconde le stelle

E canta vittoria;

ma poi svanisce:

le stelle durano»

Rabindranath Tagore

Ai miei occhi Interiors è lo spiegamento di un unico carattere, quello di Eve, che ineluttabilmente e sordidamente va incontro al suo destino, che poi si stende e si replica nelle trame esistenziali delle figlie. Il tutto è reso ancora più drammatico dall’orgoglio in cui rimane chiuso questo carattere. No, non è una semplice nuvola passeggera: l’orgoglio si espande fino a credersi il cielo intero, un cielo dove pertanto non c’è più possibilità alcuna per altre stelle di brillare. Tuttavia l’interrogativo rimane: è davvero ineluttabile questo destino? In particolar modo: è possibile relazionarsi autenticamente con una persona orgogliosa, incedere ed incidere nel suo destino per determinare un qualche cambiamento? Come si può tentare (se non altro tentare) di comunicare con un “carattere” per invitarlo al cambiamento, per non incappare in una continua chiusura o evitare un litigio a causa di un contrasto con la corazza del narcisismo e del solipsismo? Qui non si pretende assolutamente di fornire una risposta esaustiva alla domanda. Eppure si vuole avanzare quantomeno un’armonica speranza. Mettiamo un po’ di musica. Esprimiamo i nostri gusti ma scegliamo insieme la playlist. Iniziamo ad ascoltare. Noi stessi, gli altri. Poi di nuovo noi stessi illuminati da quanto recepito dagli altri, gli altri alla luce di quanto sentiamo in noi stessi. Il counseling ad orientamento umanistico-integrato un aiuto in questo senso lo offre, prevedendo un percorso comunicativo di 5/6 fasi per tentare (se non altro tentare) – repetita iuvant – di comunicare efficacemente con una persona, interloquire col suo destino, mettendolo nelle condizioni di udire la nostra voce.

 

(1) FASE DESCRITTIVA: si descrive l’azione dell’altro senza che i fenomeni descritti vengano in alcun modo interpretati o valutati (Valutazione: “Eve è una madre perfida” / Descrizione: “Eve parla molto e alle figlie non rimangono molte occasioni per prendere parola”);

(2) FASE EMOTIVA: si esprime ciò che si prova in termini emozionali, senza risentimenti verso l’altro, bensì attraverso l’Io-messaggio centrato sul sentimento (esempio: “quando tu [parli per molto tempo senza interruzioni], io mi sento [esclusa]”);

(3) FASE COGNITIVA: si riferisce il proprio punto di vista in merito agli stati d’animo percepiti senza entrare nella dinamica accusatoria (esempio: “quando tu [parli per molto tempo senza interruzioni], io mi sento [esclusa], in quanto penso [che non ho modo di esprimere i miei desideri]”);

(4) FASE del REPERIMENTO DEL BISOGNO: si riconosce e si definisce l’effettivo bisogno che porta a vivere uno stato di personale disagio (esempio: “quando tu […], io sento […] in quanto penso […]. Riconosco che ho bisogno di [avere la tua attenzione]);

(5) FASE della RICHIESTA: si formula richiesta SMART (ossia Specifica + Misurabile + Attuabile + Rilevante + definita nel Tempo) e viene espressa in positivo in riferimento al bisogno che si desidera venga soddisfatto (esempio: “quando tu […], io sento […] in quanto penso […]. Ho bisogno che […] e, quindi, quando conversiamo, gradirei che a vicenda ci ascoltassimo dopo aver espresso ciascuno il proprio punto di vista”);

(6) FASE “SPIRITUALE”: nel silenzio del cuore ci si ristruttura attraverso il perdono e il per-donarsi (ma questa è un’altra storia…).

 

Aprendoci all’altro lungo questo percorso comunicativo si può perlomeno invitare la Eve di turno ad ascoltare noi e sé stessa, in modo che si oda la voce non solo dell’arredamento interno ma quella degli interni stessi. Non funzionano l’accusa, il rimprovero, la lamentazione, la colpevolizzazione o un bisogno che deve essere imperiosamente soddisfatto. Per oltrepassare sé stessi (o, perlomeno, tentare) bisogna mettersi profondamente in ascolto e guardare l’altro in cui si ritrova il proprio riflesso, nel quale, riconoscendosi, si può pensare a una qualche “possibilità” d’altro. Così si può iniziare a saltare nel cielo stellato, balzando fuori dalla nuvola passeggiera del “carattere”. Tuttavia questo rimane un mero tentativo. A voler essere realistici si può cambiare in ultima istanza il destino? Eraclito è una Cassandra che non si è ritirata alle avances apollinee: le sue “profezie” conservano una forte credibilità. «Per l’uomo il carattere è il suo demone», il suo destino.

interiors (1)
“Interiors”, tre sorelle

Parte III – Il destino

«Dopoché tutte le anime avevano scelto

le rispettive vite, si presentavano a Lachesi […].

A ciascuno ella dava come compagno

il demone che quegli s’era preso,

perché gli fosse guardiano durante la vita

e adempisse il destino da lui scelto»

Platone, Repubblica, 620 d-e

Interiors difficilmente avrebbe potuto avere un epilogo diverso da quello che ha perché il destino è quello che è. Dei tentativi di comunicazione efficace verso Eve avrebbero potuto esserci – certo –; una qualche forma di dialogo più autentico si sarebbe potuta sviluppare – certo –; ma in fondo il destino di ognuno è una necessità ineluttabile. Quando Eraclito parla di “carattere” come δαίμων (daimon), demone, si potrebbe riferire proprio al fatto che ognuno adempie alla propria essenza, perché è abitato da un’entità che ci porta verso quella meta, a prescindere che si tratti di una persona che cambia o che non cambia nel mondo, di un’anima che entra o meno in contatto con l’altro. Anche questo, in fondo, è destino. Platone ci racconta attraverso il mito – in particolare il mito di Er nel Libro X della Repubblica – in cosa consiste questo daimon, che poi per Eraclito si manifesta come “carattere” dell’uomo. Nel mondo dell’aldilà le anime si preparano ad un nuovo periodo di generazione mortale; al cospetto delle Moire – dee del destino – scelgono le “sorti”, le “vite”, un “destino” che poi sulla terra avranno la possibilità ed il dovere di compiere. Scelta la sorte, a ciascuna anima la Moira Lachesi affida come custode, nume tutelare e guardiano un demone (daimon) affinché l’anima adempia in vita la sua sorte, che viene confermata dalla Moira Cloto e resa ineluttabile dalla Moira Atropo. Che il destino dell’uomo sia salvaguardato da un demone, che tale destino assomigli al filo delle Moire o ad un filamento di DNA è difficile a dimostrarsi. Che un’anima possa sottrarvisi è questione ancora più complicata. Che il nostro destino si manifesti quotidianamente attraverso il nostro “carattere” è splendido e angosciante. Splendido perché, se fossimo in grado attraverso il metterci in ascolto di noi stessi e degli altri, avremmo la possibilità di carpirne l’eco (e allora sì che avremmo un bel ritorno al futuro). Angosciante perché, nella maggior parte dei casi come in Interiors, il nostro destino in realtà è lì seduto a cavalcioni sopra di noi, ma non riusciamo a capacitarcene fino alla fine. Severino parla non a caso del destino come una sorta di re seduto su di un trono: ai piedi del trono c’è il divenire (il non essere), poi s’illude di salire al trono l’epistéme (che coglie l’essere, ma solo l’essere del divenire e quindi del non essere) e, infine, c’è il destino (che dice “tutto è” e pertanto siede stabilmente sul trono):

Il pensiero che discute l’essenza dell’Occidente – cioè il senso greco del divenire – non è epistéme, ma è l’unico pensiero che riesce a stare, cioè a mostrare che non può essere in alcun modo smentito. Riesce ad essere lo stare a cui l’epistéme ha invano mirato, e che non può essere scosso o abbattuto né da uomini, né da dèi, né dal mutare del tempo, né dalla variazione e dalla novità delle conoscenze, e che dunque è il destino di ogni conoscenza e di ogni essere. Solo per questo pensiero è opportuno serbare la parola de-stino, che è costruita […] sulla radice indoeuropea stha (che indica appunto lo stare), e che assumiamo in modo che la preposizione de non indichi la provenienza da, ma l’intensificazione, la grandezza, il pieno compimento […]  (E. Severino, La filosofia futura. Oltre il dominio del divenire, I – Il destino)

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“Interiors”, Eve

FONTI

Vedi “Interiors” (streaming ita)

“Se l’orgoglio è più forte dell’amore”, Gianfranco Inserra

“Clinica esistenziale. Il metodo umanistico integrato”, F. Nanetti, Erickson, Trento 2015

Platone, Repubblica, 614a – 621d

E. Severino, La filosofia futura. Oltre il dominio del divenire, BUR, Milano, 2012

“Eudaimonia”, Cronache del Labirinto

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