“La storia insegna che la storia non insegna nulla”, falso!

Secondo un sondaggio di Wiley, biblioteca digitale di riviste ad argomento filosofico, l’articolo più letto del 2015 è Kant and Lying to the Murderer at the Door… One More Time: Kant’s Legal Philosophy and Lies to Murders and Nazis, Helga Varden in «Journal of Social Philosophy», 41 (4), 2010.* L’articolo torna a discutere il celebre dilemma politico-morale per cui l’etica universalistica di Kant porterebbe ad esiti paradossali. Benjamin Constant nel 1797 critica il principio morale kantiano secondo il quale “è un dovere dire la verità” poiché, se considerato in maniera incondizionata, renderebbe impossibile la formazione della società civile, come dimostra l’esempio conseguente:

Se un assassino alla caccia di un nostro amico che si è nascosto da noi ci chiede informazioni su di lui, per Kant la legge morale proibisce di mentire per salvarlo.

La brillante esposizione di Varden è un’apologia delle ragioni del filosofo prussiano. A partire dalla constatazione che già nella Metafisica dei costumi vengono distinti il piano del diritto (analisi della giustizia) ed il piano etico (analisi delle virtù) – un richiamo a non confondere gli interessi della sfera più privata con quella eminentemente pubblica -, l’autrice dimostra la ragionevolezza di fondo della tesi kantiana. Uscendo dal particolarismo dell’esempio narrato ed assumendo una prospettiva universalistica, per Kant la menzogna, anche se non produce una lesione particolare, finisce sempre e comunque per creare una lesione giuridica universale, perché distrugge la fiducia, condizione di possibilità dell’ordinamento giuridico stesso. Per Constant dire la verità incondizionatamente rende impossibile la società; per Kant ogni volta che si ricorrere alla menzogna viene minata la società.

LIES TRUTH

Al di là della disputa, però, quel che mi ha fatto riflettere di più è stato un ulteriore approfondimento della questione, una lucida Annotazione della curatrice – Maria Chiara Pievatolo – alla risposta di Kant a Constant raccolta in Su un presunto diritto di mentire per amore degli esseri umani.** Qui la curatrice annota:

[…] Constant intende – similmente al Kant del Detto comune […] – difendere i princípi della Rivoluzione francesedalle tentazioni reazionarie che si facevano forti dell’esperienza del Terrore. Il suo argomento è il seguente: non bisogna lasciarsi spaventare dall’astrattezza dei principi universali, che li fa oscillare fra l’inefficacia e la sovversione, perché essi diventano attuabili solo tramite principi intermedi applicativi. Per esempio, il principio per il quale un essere umano è vincolabile solo da quelle leggi alla cui formazione ha contribuito può essere applicato anche in stati molto grandi grazie alla mediazione della rappresentanza […]. Analogamente, il dovere di dire la verità, se attuato nella sua universalità astratta, distruggerebbe la società. Questo, però, non implica che vada rinnegato: è sufficiente applicarlo tramite un principio intermedio restrittivo, per il quale nessuno ha diritto alle verità che danneggiano altri […]. Kant e Constant militano dalla stessa parte della barricata, a favore dei principi razionali e contro i reazionari e il loro sedicente empirismo. Il loro disaccordo riguarda soltanto l’uso della verità in politica: per Kant la veridicità è un principio irrinunciabile e irriducibile, per Constant può e deve essere somministrata con una certa latitudine.

Dopo di che la curatrice cala la disputa tra Kant e Constant ancora di più nel contesto storico caratterizzato dalla transizione Rivoluzione francese/instaurazione del Terrore:

Mentre Kant e Constant discutevano, la legittimità secolare del potere era incrinata dalle fondamenta e il mondo era scosso dal terrore rivoluzionario, dalla violenza della reazione e da tentazioni autoritarie di nuovo conio. Un filosofo che avesse fondato […] la propria autorevolezza sulla propria indipendenza, non avrebbe potuto consigliare di mentire per l’interesse degli amici senza degradarsi a parte in causa, e senza aprire la strada ai moralisti politici pronti ad approfittare della situazione. Chi vive in tempi confusi, deve rimanere saldo sui principi, per non legittimare forme di manipolazione e prevaricazione, a dispetto delle sue buone intenzioni. Chi mente a fin di bene deve coerentemente riconoscere la stessa facoltà anche agli altri, esponendo tutti alle mistificazioni del potere: la politica non può rinunciare alla trasparenza, se vuole rimanere entro i limiti della giustizia (corsivo mio)

Il messaggio mi sembra abbia un forte valore anche per il mondo attuale, in cui dopo il post-modernismo, i tempi confusi e la trasparenza apparente, l’anelito ad un neo-umanesimo, alla chiarezza nella complessità e alla giustizia sono l’humus irrinunciabile per trasformare la crisi globale universale in un’opportunità di rinascita planetaria sensazionale. Ovvio l’impegno richiesto è immane, la strada è irta e lunga a fronte dell’angosciosa insicurezza circa la durata del lume dei principi razionali e della possibilità/volontà umana di sfruttarlo. Eppure sta a noi rianimare costantemente quel lume: rispolverare la storia è un buon modo per produrre scintille perché… perché è una grande menzogna che “la storia insegna che la storia non insegna nulla”, a meno che non si voglia imparare altro oltre alla difesa dei propri interessi privatistici (ma questa è un’altra storia).

Sondaggio e link all’articolo di H. Varden

** Link all’annotazione di M.C. Pievatolo

 

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