Capire per vivere o vivere per capire?

[…] nel periodo più fervido dei suoi convincimenti ed entusiasmi anarchici, gli capita d’innamorarsi e di fidanzarsi con una brava ragazza. A questa passione egli per altro non si abbandona senza esitanze e malinconie; perché si ha forse il diritto di amare, quando si è tormentati dall’ansia sul destino umano? si ha il diritto di stordirsi nella gioia, quando resta aperto e insoluto il problema del dolore? ‘Che cosa sono (egli diceva in quel tempo) tutta quella gente che va sì frettolosa per le vie? Sono scheletri, ravvolti in dominio di carne. E gli scheletri non possono ridere, gli scheletri non debbono amare!’ […]

da B. Croce, Saggio sullo Hegel, Bibliopolis, Napoli 2006, “XVI. Un indagatore del mistero dell’universo”, p. 418, corsivo nostro.

A mio modo di vedere, seguendo la lunga e tragica (ma trionfalistica) linea di pensiero inaugurata da Hegel, Croce ritiene che si può vivere – e quindi ci si può ‘dissolvere’ nella storia che è sempre storia razionale – solo una volta superato il negativo, l’irrazionale. Si veda per esempio quanto sostiene a propoisto di sé, della necessità di superare il proprio dolore per quanto accaduto durante il terremoto di Casamicciola del 1883, per poter approdare ad un pensiero, ad un filosofare, ad una storia, ad una vita genuina (cfr. Contributo alla critica di me stesso).

Se questa mia annotazione corrispondesse davvero a verità, allora abbiamo una risposta alle domande poste nel testo citato. “Perché si ha forse il diritto di amare, quando si è tormentati dall’ansia sul destino umano? si ha il diritto di stordirsi nella gioia, quando resta aperto e insoluto il problema del dolore?” – NO, questo diritto non si dà, dal punto di vista dello storicismo assoluto. Ma poniamo un’altra questione allora a questo punto di vista dello storicismo assoluto: è una vita genuina quella che, prima di godere del “diritto di amare” o di “stordirsi nella gioia”, attende di superare “l’ansia sul destino umano” o “il problema del dolore”?

Da un canto Croce ha ragione – finché sussiste quel negativo, quell’irrazionale che è coacervo di ansia e dolore, in realtà non ci è possibile neppure ritenere in maniera non illusoria di avere un vero “diritto di amare” o un vero “stordirsi nella gioia”. Ma d’altro canto non sono queste parti della vita, strumenti che possono servire ad allargare la nostra comprensione sulla vita; parti della vita, strumenti attraverso i quali superare pian piano ansia e dolore, il negativo (che, in accordo con lo stesso Croce, in fondo del tutto negativo non è)?

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Tratta dal film “Stay – nel labirinto della mente”, M. Forster, 2005

La vita stessa è maestra e, di conseguenza, probabilmente non è possibile escluderne una parte (amore e gioia, falsi o verosimili o veri che siano) temporaneamente in ossequio ed in attesa del superamento di un’altra parte della vita, fatta di problemi esistenziali. Due faccie di una medaglia; ma due faccie consistenti di una stessa lega e di una stessa moneta che non è possibile prendere prendendo una sola faccia.

Quindi Croce ha ragione: non è possibile vivere per capire (perché la vita che si vive prima di capire, vita non è). Eppure Croce ha anche torto: non è possibile capire per vivere (perché non ci è dato neppure capire al di fuori della vita). Bisogna bagnarsi e sopportare di bagnarsi in acque aporetiche – bisogna capire vivendo e vivere capendo… Uno sguardo attento e distaccato allo stesso tempo è ciò su cui bisogna lavorare, è ciò che con tutta probabilità è necessario coltivare prima di tutto, mentre si coltiva il tutto, attraverso il coltivare il tutto.

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