I confini dell’identità

Io sono contro l’identità. Sono per l’anātman (il non-sé) e non per l’ātman (il sé).

“L’identità ha bisogno di confini” – questo è quanto ritiene un professore. Due esempi concreti per avvalorare l’affermazione. Il primo quello di un adolescente che, nel momento in cui cerca di ricavare spazio entro il quale possa emergere, appende nella porta della sua stanza il cartello “non entrare”. L’argomentazione si basa sulla distruzione della tesi contraria: avesse appeso il cartello “entrare e curiosare” sarebbe risultato un po’ strano. Il secondo esempio è invece quello che mi ha scosso il morale. Quando Kahlil Gibran ne Il profeta parla del matrimonio proferisce parole inneggianti alla necessità di mantenere ben saldi i confini tra coniugi: «cantate insieme e danzate e siate allegri, ma che ciascuno sia solo./ Come le corde di un liuto, che sono sole, anche se vibrano per la stessa musica./ Datevi il vostro cuore, ma non lo date in custodia uno dell’altro./ Perché solo la mano della Vita può contenere i vostri cuori./ E state insieme ma non troppo vicini: poiché le colonne del tempio sono distanziate, e la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro». Gibran ha ragione; è evidente: se le colonne non fossero distanziate, il tempo non starebbe in piedi. Ciò non toglie che le due colonne (ātman) siano in funzione di qualcosa più grande che nessuna delle due è in sé stessa – il tempio (anātman). D’altro canto ciò non toglie neppure che queste due colonne siano, affinché si dia anche il tempio. Questo essere delle colonne, questo essere dell’identità, che per di più è un essere necessario, è ciò che scuote il mio morale.

Vorrei che l’identità non fosse – e men che meno che fosse necessariamente. Perché devono esserci così tante colonne per sorreggere un unico tempio? Eppure mi accorgo della matura profondità e della verità che coglie Gibran – che è a dire allo stesso tempo dell’infantile superficialità e della falsità del mio “vorrei che…”. Ma sono sincero: questo “vorrei che…” mi sconquassa nella mia interiorità. E se d’interiorità vogliamo parlare, in fondo, in fondo pure nei percorsi meditativi passerei come un deficiente. Chi medita e guarda a fondo dentro sé è ben consapevole che il problema non è l’identità in sé – che c’è – ma l’identificazione con l’identità – che non dovrebbe esserci –. Il mio problema è dunque un altro. Io sono un malvagio nichilista, un tifoso del vuoto nagarjuniano, un fan del nulla heideggeriano… e sono io che vorrei provare ad essere (e non solo a sapere che bisognerebbe essere consapevoli di essere) il vuoto tra una porta che si chiude e la stessa che si apre. Maledette colonne… Io vorrei non ci foste, e così il tempio! Io vorrei (il) non-essere! E se è una posizione troppo irrazionale o vittimistica, allora tra le varie opzioni sceglierei di non esprimermi, così come si vocifera lo stesso Buddha non volesse esprimersi riguardo l’esistenza o l’inesistenza del sé.

Io sono per l’ātman, contro l’anātman. Io sono per l’anātman (il non-sé), contro l’ātman (il sé). Io sono per entrambe e per nessuna. Il tutto è un caotico intreccio perché il tutto è e non è. Sansone ha bisogno delle colonne per far crollare il tempio. Niente da fare; io ho solo bisogno di un bravo psicologo…   

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