La dissoluzione del soggetto.

Stando al sutta 63 della Majjhima Nikaya (riportato nella Sutta Pitaka che è parte del canone Pali, assieme alla Vinaya Pitaka e all’Abhidamma Pitaka) è evidente che l’obiettivo del buddhismo non è istituire un astratto sistema filosofico-religioso ma piuttosto realizzare un concreto modo per superare il dolore – estrarre la freccia avvelenata.* Ma quando si è colpiti da questa freccia avvelenata, quando si è strangolati da questo dolore,

“il problema che veramente la vita ti sta ponendo è il superamento del dolore o il superamento dell’origine del dolore, l’identità? […]
Ad un certo punto [è fondamentale porsi] la domanda: ‘chi è che soffre? Di chi è quel pensiero? Di chi è quell’emozione? Di chi è quell’azione?’. La persona [sicuramente] ha affermato, prima di quel momento, che tutto questo è suo, e questo atteggiamento l’ha condotta a non potersi liberare del suo soffrire, anzi l’ha portata a scoprire che in una maniera distorta lo sta alimentando, accreditandolo. Ha scoperto che quel modo di soffrire, di guardare la vita, di vivere determinate situazioni, la costituisce nell’intimo: quel dolore è sostanza [e conferma stabilizzante] del suo essere.
Quando la persona ha compreso questo è veramente a un buon punto, lì si può cominciare tutto il lavoro basato sulla disidentificazione.
[Ma perché tale necessità di disentificarsi dalla propria identità per sfuggire dal dolore?! Ma perché la propria identità è costituita da un recitato percettivo, emotivo, cognitivo. Ed il recitato non è ciò che è autenticamente. Solo] là fuori, [fuori dal recitato], c’è la vita, tu non esisti senza la vita, tu sei un frammento di vita, non c’è un te e la vita, c’è la vita di cui tu sei inseparabilmente parte [e di fronte alla quale ben poco valore ha chiudersi nella propria stabilizzante prigione dell’identità]”.**

Sono interessato alla disidentificazione. Studio filosofia e, appropinquandomi al momento dell’elaborazione della tesi magistrale, sarei molto entusiasta di poter approfondire la tematica conferendole un taglio filosofico o psicologico. Per il momento, mi sono costruito semplicemente una piccola mappa mentale dei filosofi che hanno toccato l’argomento “dissoluzione del soggetto” (/disidentificazione), chi un senso, chi un altro. Le tappe fondamentali (per ora solo tre) si muovono lungo la seguente direttrice.

  1. D. Hume (con la sua idea del soggetto come “fascio di percezioni”, quindi non più sostanza cartesiana bensì processo);
  2. F. Nietzsche (che, come cerca di mettere in luce Vattimo, spinge verso una dimensione “al di là del soggetto” con il concetto di Übermensch che ancora deve essere analizzato in tutte le sue implicazioni);
  3. M. Foucault (che, quantomeno in Le parole e le cose, vede l’uomo – identità – come “un’invenzione di cui l’archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente”, un’invenzione che del tutto improvvisamente potrebbe essere cancellata, “come sull’orlo del mare un volto di sabbia”).***

Se non ho capito male, al giorno d’oggi anche campi come la psicologia transpersonale tentano d’addentrarsi lungo questi sentieri. Ma, dal basso della mia profonda ignoranza in materia e sull’argomento in generale, sarei tentato di chiedere relativamente a questo argomento (la dissoluzione del soggetto) delle dritte, dei consigli di lettura (di filosofi o psicologi) o quant’altro a quella buon’anima che passasse in questo blog – se mai passerà, purtroppo per lei. Grazie.

* cfr. [http://www.accesstoinsight.org/tipitaka/mn/mn.063.than.html].

** R. Olivieri, Conoscenza di sé, meditazione, contemplazione, Il sentiero contemplativo, San Costanzo (PU) 2011, pp. 46-7.

*** M. Foucault, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano 1967, p. 414.

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