Sigarette ed alcool

Avevo undici anni. Un senso leggero d’autenticità pervadeva la mia esistenza nel profondo del suo essere. Le mie giornate nel profondo del loro essere. Dalle viscere di non so quale terra, d’un tratto un fuoco s’accese. No, non un fuoco – una fiamma. Anch’io (ma chi io?) volevo essere come gli altri, essere qualcuno. Emergere! Per farlo, qualcosa doveva essere affogato. Non saprei definire con precisione ciò che spinsi a fondo. Eppure lo feci finché anche la benché minima forza della punta dei piedi lo permise. Galleggiando, bruciando – fuoco ed acqua. Alla ricerca di una terra incerta e straniera, non ero più io in cammino. Fu la prima volta che persi me stesso, che quel senso leggero d’autenticità partì per cieli lontani. Sigarette ed alcool, undici anni, e niente di più. A ben vedere, forse qualcosa di più c’era, d’accordo: in questo folle salto verso l’ignoto qualche conoscente mi teneva compagnia. Ma dove gli amici? D’altronde, chi non è qualcuno, chi non ha sostanza né forma alcuna, come può avere amici (chi è che diventa amico di questi amici)? Fu la prima volta che realizzai che non avevo mai perso me stesso – io, nei panni di una melanconica illusione che sospetta essere tale, non ero mai stato me stesso. Sigarette ed alcool, sedici anni, e niente di più. Ad uno sguardo più attento, forse qualcosa di più c’era, d’accordo: ancora sospeso verso l’ignoto, mi trastullavo con disperati tentativi d’identificazione, di delimitazione di un io – il chitarrista, il bravo studente e, perché no, il fumatore depresso e mezzo alcolizzato. Ed il vizio è una carogna perché lo vedi ma non lo estirpi, finché nel profondo rimani la stessa persona che ne ha preso il peso su di sé: assume le tue sembianze, depurandole di ciò che di queste non ti va a genio. Fu la prima volta che ebbi la totale consapevolezza che, se ero qualcosa in questo pianeta, ero qualcosa che puzzava: un vizio, un anelito, un’alacrità di acque che spengono le fiamme – e questo malgrado tutte le fortune materiali (una famiglia, una buona condizione economica, un ambiente caratterizzato da tanti bei valori ‘sani’). Sigarette ed alcool, diciotto e vent’anni, e niente di più. Ad un livello più superficiale, ero fidanzato, certamente, e, probabilmente, ne poteva risentire il ‘me stesso’, che già aveva guadagnato punti passando dal ritenersi mai sé stesso al considerarsi un vizio ed ora poteva fare un passo in più, arricchirsi di un’identificazione in più. Ma questo gioco infame di riflessi illusori può davvero durare a lungo? Be’, forse anche per tutta la vita, se non si presenta l’occasione di mettersi davanti allo specchio da soli (cosmicamente da soli) e vedere il proprio riflesso fedele. Fu la prima volta che vidi un’immagine che non si può vedere, perché non si hanno occhi per vederla; la prima volta che vidi me stesso. Il niente più assoluto! Meraviglioso e tragico niente. Sigarette ed alcool, ventidue e ventiquattro anni, e niente (veramente niente) di più. Meraviglioso niente – perché questo niente, secondo una certa tradizione, è ciò a cui si allude con la massima “mostrami il tuo vero volto, prima della nascita”. Tragico niente – perché, nella vita di tutti i giorni, questo niente costitutivo di me stesso fa una gran fatica ad esprimesi in rapporto con gli altri; questo niente, che dovrebbe essere al di là del piacere/sofferenza, invece soffre nel vedere il piacere che traggono molti altri con le proprie identificazioni. E’ così, non per la prima volta o l’ultima volta, ma per la prima e l’ultima volta insieme, nel qui ed ora. Ne prendo atto. Sigarette ed alcool.

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